Proteina Spike e Cancro: Un'Analisi Dettagliata

La pandemia di COVID-19, dichiarata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità nel marzo 2020, ha portato allo sviluppo e all'approvazione di diversi vaccini. Da allora, la ricerca scientifica ha esplorato il ruolo della proteina spike, utilizzata in molti di questi vaccini, e il suo potenziale impatto sul cancro.

Vaccini Anti-Covid-19: Approvazioni e Tecnologie

A partire da dicembre 2020, diverse aziende farmaceutiche hanno sviluppato vaccini contro il COVID-19. L’Agenzia europea per i medicinali (EMA) ha approvato diversi vaccini nell’Unione europea con la cosiddetta “autorizzazione condizionata all'immissione in commercio”, una procedura di autorizzazione usata in casi particolari come nelle situazioni di emergenza quali la pandemia di Covid-19.

Il primo a essere approvato è stato il vaccino Comirnaty, prodotto da Pfizer/BioNTech. Successivamente sono stati approvati anche il vaccino Spikevax, prodotto da Moderna, (noto anche come mRNA-1273); il vaccino Vaxzevria, prodotto dalla casa farmaceutica AstraZeneca in collaborazione con l’Università di Oxford; il vaccino Jcovden (ex vaccino COVID-19 Janssen), prodotto da Johnson & Johnson; e il vaccino Nuvaxovid, prodotto da Novavax.

Ecco una panoramica dei vaccini e delle loro tecnologie:

  • Comirnaty (Pfizer/BioNTech) e Spikevax (Moderna): Vaccini a mRNA che inducono le cellule a produrre una parte della proteina Spike del virus, stimolando il sistema immunitario.
  • Vaxzevria (AstraZeneca) e Jcovden (Johnson & Johnson): Vaccini a vettore virale che utilizzano adenovirus modificati per trasportare il gene della proteina Spike.
  • Nuvaxovid (Novavax): Vaccino a base di proteine virali, trasportate nell’organismo avvolte in nanoparticelle.
  • Sputnik V (Gamaleya): Vaccino a vettore adenovirale che utilizza due adenovirus diversi per la prima e la seconda dose.

Per la campagna vaccinale anti Covid-19 nel 2024 e nel 2025, l’unico vaccino commercializzato in Italia è Comirnaty JN.1, prodotto da Pfizer/Biontech.

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Autorizzazione all’immissione in commercio dei vaccini anti-Covid-19

I vaccini Covid-19 hanno inizialmente ottenuto un'approvazione all'immissione in commercio con autorizzazione condizionata, che si basa su dati meno completi di quanto richiesto normalmente. Questi dati, anche se non completi, devono comunque dimostrare che i benefici del prodotto siano maggiori dei rischi. In seguito, l’azienda farmaceutica deve essere in grado di fornire tutti i dati, in modo da ottenere l’approvazione completa. Per questo motivo, le autorizzazioni condizionate sono riesaminate annualmente.

Questo processo ha imposto alle aziende farmaceutiche l'obbligo di presentare i risultati delle sperimentazioni cliniche in corso e di fornire dati aggiuntivi sull’efficacia dei vaccini, in vista dell’aumento previsto della produzione di vaccini.

Tali sperimentazioni e studi aggiuntivi, compresi gli studi osservazionali, hanno fornito dati rassicuranti su aspetti chiave come la capacità dei vaccini di prevenire l’infezione da Covid-19 o di ridurre l’impatto delle eventuali infezioni sulla salute.

Visti i numerosi dati oggi disponibili sull'efficacia e la sicurezza dei vaccini anti-Covid-19, gli obblighi specifici non sono più considerati essenziali per confermare il rapporto tra rischi e benefici, il che ha consentito di passare a un'autorizzazione all'immissione in commercio completa e non più condizionata.

Da settembre 2022, l’EMA ha raccomandato di convertire le autorizzazioni condizionate dei vaccini anti-COVID-19 Comirnaty (vaccino di BioNTech/Pfizer) e Spikevax (vaccino di Moderna) in autorizzazioni all'immissione in commercio standard. Tali autorizzazioni, una volta concesse, non dovranno più essere rinnovate annualmente. Restano in vigore tutti gli altri obblighi in capo alle aziende titolari.

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Perché si è potuto procedere tanto velocemente?

In genere, e per legge, per sviluppare un vaccino sono necessari molti anni di studi in laboratorio e di sperimentazioni prima negli animali e poi negli esseri umani. Nel caso del virus SARS-CoV-2, la ricerca di base è stata avvantaggiata da numerosi studi condotti in precedenza per vaccini contro altri virus. Tra questi, le prove di principio per vaccini antinfluenzali, per le tecniche di biologia sintetica ad acidi nucleici modificati, e le prove sui vettori adenovirali per ottenere un vaccino contro la SARS, la malattia da coronavirus all’origine di un’epidemia in Asia tra il 2002 e il 2004.

Inoltre, è stato fatto un enorme sforzo finanziario internazionale, con ingenti investimenti soprattutto pubblici, che hanno portato a sviluppare con estrema rapidità oltre 190 tipi di vaccini.

Le risorse finanziarie hanno permesso di effettuare in parallelo fasi della ricerca che risorse più limitate avrebbero imposto di percorrere una dopo l’altra. Non si è però presa alcuna scorciatoia sulla valutazione di sicurezza e di efficacia: tutti i vaccini approvati sono stati testati su decine di migliaia di volontari, da 10 a 30 volte il numero di persone coinvolte nelle sperimentazioni sui vaccini in condizioni normali. Questi grandi numeri sono stati possibili grazie alle immense risorse messe a disposizione da molti governi nel mondo. Inoltre, le sperimentazioni hanno raggiunto prima del previsto il numero di casi prefissati di infezione, fra i volontari vaccinati e quelli che hanno ricevuto un placebo, nel “braccio” di controllo.

Grazie agli investimenti soprattutto pubblici, le aziende farmaceutiche hanno potuto assumere il rischio imprenditoriale di iniziare a produrre i vaccini prima ancora che arrivasse l’autorizzazione definitiva da parte delle agenzie regolatorie. Questo ha permesso di giocare d’anticipo e di poter immettere sul mercato i vaccini immediatamente dopo l’arrivo dell’approvazione, senza attendere i lunghi tempi di produzione, come succede in genere per i vaccini approvati non in emergenza.

I dati ottenuti nelle sperimentazioni dei vaccini prodotti da Pfizer/BioNTech e da Moderna - tra i primi a essere approvati da EMA - sono stati considerati sufficienti a dimostrarne la sicurezza e l’efficacia, tanto da far sì che le autorità regolatorie che li hanno valutati decidessero di approvare la messa in commercio dei vaccini più rapidamente del normale, proprio per via dell’emergenza. Per quel che riguarda il vaccino Oxford-AstraZeneca, dopo una prima richiesta di approvazione respinta da EMA per la mancanza di alcuni dati, l’azienda produttrice ha fornito ulteriori informazioni sufficienti a ottenere un parere positivo. Il vaccino Johnson & Johnson è stato infine approvato negli Stati Uniti il 27 febbraio 2021 e l’11 marzo 2021 dall’EMA.

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Possiamo quindi dire che i vaccini approvati con questo sistema sono sufficientemente sicuri ed efficaci, e a mano a mano che aumenta il numero dei vaccinati siamo sempre più certi del fatto che i casi che presentano effetti collaterali gravi in seguito alla vaccinazione sono rari e sostanzialmente paragonabili a quelli riscontrati somministrando vaccini contro altre malattie. Per questo è comunque sempre attiva la farmacovigilanza, ossia il monitoraggio delle segnalazioni degli effetti collaterali e la valutazione se siano o meno imputabili ai vaccini.

Efficacia dei Vaccini e Modalità di Somministrazione

I vaccini Comirnaty e Spikevax (vaccini a mRNA), quando sono stati sperimentati, hanno dimostrato di avere un’efficacia sovrapponibile, pari al 95% circa a 2 settimane dalla seconda dose, ma già dopo la prima dose riducono in modo importante il rischio di ammalarsi. Entrambi questi vaccini hanno ridotto fortemente il rischio di incorrere in forme gravi della malattia e il rischio di morte.

Il vaccino Vaxzevria, quando è stato sperimentato, ha dimostrato un’efficacia contro malattia grave e morte pari al 72% circa, che tende ad aumentare se l’intervallo tra le due dosi (tra 4 e 12 settimane negli studi iniziali) viene prolungato.

Il vaccino Jcovden ha mostrato di avere un’efficacia analoga a quella di Vaxzevria dopo una sola dose, e un’efficacia del 94% dopo 2 dosi (la seconda a 2 mesi di distanza dalla prima).

Il vaccino Sputnik V è stato ampiamente usato in Russia e in Argentina. Ai primi di febbraio 2021, i ricercatori che hanno sviluppato questo vaccino hanno pubblicato sulla rivista medica Lancet i dati di efficacia del vaccino, che garantirebbe una protezione fino al 91,6% dall’infezione dopo una singola somministrazione e al 100% dalle forme gravi della malattia. Lo stesso gruppo di ricerca ha prodotto anche il vaccino “Sputnik Light”, che prevede la somministrazione di una sola dose, destinato alle aree con focolai acuti e utilizzato come dose di richiamo per coloro che hanno ricevuto Sputnik V.

Per il primo ciclo di vaccinazione, avvenuto nel 2020, sono stati previsti schemi di somministrazione diversi a seconda del tipo di vaccino. Nel caso dei vaccini a mRNA, sono raccomandate 2 somministrazioni intramuscolo a distanza di almeno 3 settimane per Comirnaty (Pfizer) e almeno 4 settimane per Spikevax (Moderna) l’una dall’altra. Per il vaccino Vaxzevria è raccomandata la somministrazione della seconda dose dopo almeno 4 settimane dalla prima. Per il vaccino Jcovden è prevista invece la somministrazione di una sola dose. Infine, per il vaccino Nuvaxovid, sono previste 2 somministrazioni intramuscolo a distanza di almeno 3 settimane l’una dall’altra.

Attualmente una singola dose di vaccino adattato alla nuova variante di Covid-19 è sufficiente per ottenere un’adeguata protezione dall’infezione anche in chi non si è mai vaccinato.

Dosi di Richiamo

La durata della copertura vaccinale dipende da molteplici fattori, ma è noto che la protezione conferita dal vaccino tenda a ridursi nel corso del tempo.

Per questa ragione sono state introdotte le cosiddette dosi di richiamo (booster), che si sono dimostrate efficaci nel ripristinare le difese contro il virus.

In Italia a fine settembre 2021 le autorità sanitarie hanno raccomandato la terza dose (il primo richiamo) per le persone fragili (per esempio, ultraottantenni, ospiti RSA, personale sanitario, persone con malattie preesistenti). La raccomandazione è stata poi estesa al resto della popolazione.

Da aprile 2022 il Ministero della salute raccomanda anche la quarta dose (secondo richiamo) dopo almeno 4 mesi dalla terza dose per alcune categorie di persone: per esempio ultraottantenni, ospiti delle RSA e persone anziane fragili con patologie preesistenti.

Attualmente, un’ulteriore dose di richiamo è consigliata alle categorie a maggior rischio, come per esempio persone anziane fragili ospiti delle RSA, donne in gravidanza o nel periodo dopo il parto, il personale sanitario e persone con patologie che aumentano il rischio di infezione da Covid-19 grave.

La vaccinazione è consigliata anche a familiari, conviventi e caregiver di persone con gravi fragilità. Il richiamo, di norma, ha una valenza di 12 mesi. La distanza tra l’ultima dose di vaccino anti-COVID-19 ricevuta e il richiamo deve essere di almeno 3 mesi.

Effetti collaterali della vaccinazione

I dati disponibili riguardano i vaccini a mRNA e il vaccino Vaxzevria (Oxford-AstraZeneca). Nel caso dei vaccini a mRNA gli effetti collaterali più comuni sono lievi e comprendono dolore, arrossamento e gonfiore nel punto di somministrazione. Possono inoltre comparire nausea, febbre, affaticamento, mal di testa, dolori muscolari e articolari. La maggior parte di questi effetti si verifica durante le 24-48 ore successive alla vaccinazione e si risolve spontaneamente.

Vaccini e Rischio di Cancro: Cosa Dice la Scienza

Molte persone contrarie ai vaccini e gruppi “no vax” riferiscono di possibili nessi tra i vaccini e un aumentato rischio di sviluppare tumori. Nessun nesso né alcun aumentato rischio sono stati dimostrati da studi scientifici.

Tra chi si oppone all’uso dei vaccini è particolarmente diffusa la convinzione che le vaccinazioni attualmente raccomandate per gli esseri umani possano avere effetti cancerogeni.

Il caso SV40

Tra il 10 e il 30 per cento dei vaccini antipolio somministrati negli Stati Uniti tra il 1955 e il 1963 erano risultati contaminati dal virus SV40. La causa fu poi chiarita: alcune cellule di rene di scimmia, in cui era stato cresciuto in coltura il poliovirus per il vaccino, erano infette con il SV40.

Secondo alcuni studi effettuati in cavie da laboratorio, il virus SV40 avrebbe capacità mutagene e oncogene, inducendo in alcuni casi la formazione di sarcomi (tumori dei tessuti molli) ed ependimomi (tumori cerebrali). Alcuni studi di laboratorio hanno mostrato che può favorire gli effetti cancerogeni di altre sostanze.

Tuttavia, a differenza delle prove di laboratorio, il ruolo cancerogeno di SV40 negli esseri umani è meno convincente e più difficile da dimostrare. La comunità scientifica rimane divisa sul ruolo di questo virus. Nel 2004 il National Cancer Institute statunitense ha emesso un documento, basato su due ampi studi, in cui afferma che non vi sono prove epidemiologiche che il virus possa provocare il cancro.

Malgrado la diffusione dei vaccini contaminati, gli studi epidemiologici nelle popolazioni esposte non hanno mai dimostrato un aumento dei casi di sarcomi, ependimomi o altri tumori, facendo così mancare la prova più importante per sostenere che i vaccini antipolio contaminati potessero avere effettivamente effetti cancerogeni.

Dal 1961 tutti i lotti prodotti negli Stati Uniti e in Europa sono stati testati per la presenza di SV40 e le procedure di produzione sono state modificate per evitare eventuali contaminazioni.

Il rischio linfomi

Su diversi siti “no vax” appare l’ipotesi che i vaccini possano aumentare il rischio di sviluppare linfomi di tipo non Hodgkin. Alla base di questa ipotesi vi è l’idea che i vaccini, attivando le risposte immunitarie in modo selettivo, possano stimolare la crescita di cloni cellulari, alcuni dei quali potrebbero avere mutazioni oncogene.

Per confutare questa ipotesi gli strumento più efficaci e potenti sono gli studi epidemiologici. È infatti necessario verificare se il tasso di tumori del sangue diagnosticati è più elevato tra i soggetti vaccinati rispetto ai non vaccinati e, in particolare, se esistono differenze tra vaccino e vaccino. È quanto hanno fatto numerosi ricercatori in studi, i cui risultati hanno dimostrato una possibile associazione solo con il vaccino per il bacillo di Calmette-Guerin (BCG).

Sembra invece che i vaccini contro la varicella, il colera, la febbre gialla, l’influenza, il morbillo, il tetano e la poliomielite siano addirittura protettivi, dato che il numero di casi di linfoma non Hodgkin tra i vaccinati è risultato inferiore a quello dei non vaccinati.

Il caso timerosal

Il timerosal (o thimerosal) è un conservante a base di mercurio, utilizzato per decenni nei vaccini polivalenti (cioè quelli che immunizzano contro più malattie con una sola iniezione).

A seguito di una serie di denunce da parte di associazioni di consumatori statunitensi, che ritenevano che il timerosal potesse essere collegato a un aumento delle diagnosi di autismo e di leucemie infantili, il timerosal è stato eliminato in via precauzionale da tutti i vaccini prodotti dopo il 1999.

Dopo tale ritiro, la Food and Drug Administration (FDA, agenzia statunitense per la salute pubblica) ha svolto un’attenta opera di monitoraggio tra i bambini vaccinati prima di tale data, ma i nessi sia con l’autismo sia con le leucemie sono stati ampiamente smentiti dai dati raccolti. L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha dichiarato il timerosal sicuro anche se non è più utilizzato da svariati decenni.

La formaldeide e il cancro

Da molti decenni nella produzione di alcuni vaccini contro agenti virali e batterici si utilizza formaldeide. Il suo utilizzo è risultato sicuro negli studi di tossicità che sono obbligatori prima della messa in commercio dei vaccini. Nonostante ciò, continuano a girare online messaggi allarmistici che riferiscono di un rischio di ammalarsi di cancro per via della formaldeide presente nei vaccini.

La formaldeide viene usata nella produzione dei vaccini per inattivare l’agente infettivo in modo che non possa provocare la malattia oppure per eliminare le tossine prodotte dai batteri nel terreno di coltura, come accade per la tossina difterica nel vaccino contro la difterite. La formaldeide viene poi eliminata dal prodotto nel corso del processo di produzione, ma possono comunque rimanere minime quantità di residui, di molto inferiori rispetto a quelle che l’organismo umano produce naturalmente.

L’International Agency for Research on Cancer (IARC) di Lione, organizzazione che coordina e conduce ricerche epidemiologiche sul cancro, ha classificato la formaldeide tra i cancerogeni certi. Nel proprio rapporto la IARC afferma però che “non vi sono prove che colleghino l’insorgenza di cancro all’esposizione sporadica a piccole quantità di formaldeide”, come quelle che possono eventualmente essere presenti in un vaccino.

Il vaccino contro l'HPV

Dato che alcuni ceppi di virus del papilloma umano sono in grado di indurre mutazioni cellulari e, dopo qualche anno, la comparsa di un tumore della cervice, alcuni temono che la vaccinazione possa avere lo stesso effetto. In realtà non è possibile che ciò accada. Perché un virus possa indurre una mutazione in una cellula deve essere integro e attivo, cioè capace di trasferire parte del proprio patrimonio genetico nel nucleo della cellula ospite.

I vaccini contro l’HPV attualmente in commercio sono costituiti da virus inattivati, cioè uccisi con agenti chimici o col calore. Non è materialmente possibile che un virus inattivato sia cancerogeno perché non è più in grado di infettare le cellule dell’organismo ospite.

I vaccini anti-COVID-19

L’ultimo, infondato, allarme lanciato sulla presunta cancerogenicità dei vaccini riguarda i vaccini anti-COVID-19. La molecola finita nell’occhio del ciclone in questo caso si chiama ALC-0315, un lipide (una molecola di grasso) che fa parte della composizione del vaccino a mRNA prodotto da BioNTech/Pfizer (il nome commerciale del vaccino è Comirnaty).

La verità è che si tratta di un’informazione decontestualizzata. La scheda illustrativa si riferisce al prodotto utilizzato come reagente per gli esperimenti di laboratorio, in cui l’ALC-0315 viene commercializzato sciolto in cloroformio, un solvente sospettato di attività cancerogena. A essere pericoloso non sarebbe perciò l’ALC-0315 ma il liquido in cui si trova. Il cloroformio però non fa assolutamente parte della composizione del vaccino anti-COVID-19.

Vaccini a mRNA: Una Nuova Frontiera nella Terapia dei Tumori

Una nuova opzione per il trattamento di alcune forme tumorali potrebbe arrivare dai vaccini a mRNA. La pandemia di COVID-19 ha dato all’mRNA la notorietà di cui aveva bisogno per diventare protagonista della ricerca in ambito biomedico: i progressi compiuti negli ultimi anni sono stati notevoli e gli investimenti fatti hanno permesso di allargare il ventaglio degli obiettivi delle terapie a base di questa molecola. Tra questi, il cancro.

Il termine vaccini potrebbe trarre in inganno, perché nel caso del cancro non sarebbero preventivi bensì terapeutici: infatti, mirano a insegnare alle cellule T del sistema immunitario ad attaccare un tumore esponendole a una proteina, o antigene, anche presente su una cellula tumorale. Pur non prevenendo la malattia, questa strategia - in combinazione con gli approcci più classici - potrebbe migliorare in futuro la gestione di diverse forme tumorali.

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