In un momento storico in cui il panorama politico è fortemente dettato dall'omogeneità, dalla banalizzazione degli argomenti e dall'assimilazione di contenuti che hanno una connotazione fortemente diversificata al loro interno, parliamo oggi di un argomento di "nicchia" di cui moltissimi non conoscono l'esistenza e di cui molti non ne capiscono il senso.
Che l’alimentazione vegana stia guadagnando terreno nel mondo dell’alimentazione negli ultimi anni è un dato di fatto. Ne è prova l’aumento delle vendite globali di carne a base vegetale, che hanno raggiunto i 4,2 miliardi di dollari nel 2020, secondo l’analisi di Euromonitor International. Si tratta di un aumento sbalorditivo del 24%. Il risultato? La produzione e la promozione di un’attività commerciale libera da ogni ingestione e sfruttamento, almeno in teoria.
Non sappiamo con esattezza quale sia la prevalenza di persone vegane o vegetariane sul pianeta, anche se questo paradigma esiste oramai da decenni. Il nuovo Rapporto Italia Eurispes riporta che oggi solo il 10% degli italiani non mangia carne: il 6,6% si identifica come vegetariano e il 2,9% come vegano.
Il Concetto di Veganismo
Cosa significa veganismo? Che cos’è il veganesimo? Si tratta di un concetto che deriva da un neologismo inglese coniato nel 1944 da Donald Watson: “Vegan”. Un neologismo che, per qualche strana ragione è strato tradotto in Italiano. Strana… perché siamo sommersi oggi da un mare di parole anglofone non tradotte. Ma forse non così strana visto che attorno a queste parole si è pensato molto.
La parola è composta da due particelle. La prima (vegan-) indica la natura della seconda (-ismo). La seconda indica il concetto di cui si parla. Si tratta, insomma, di un “ismo” di tipo “vegano”. Per capire il senso di questo genere di composti linguistici è utile dare un’occhiata ad una serie di altri termini costruiti in modo simile: illuminismo, geocentrismo, romanticismo, carnismo, egoismo, umanesimo (“esimo” non è che una variante di “ismo”). L’ismo è quel complesso di atteggiamenti, abitudini, convinzioni, e pensieri che forma una nostra credenza etica.
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Per credenza etica intento non una qualsiasi forma di credenza, ma una convinzione duratura che informa non una singola azione ma il nostro intero ethos, il nostro intero repertorio di azioni quotidiane e insomma il nostro stile di vita. Vegano, a sua volta, è un aggettivo che fa riferimento a una serie di pratiche di astensione dal consumo di prodotti che derivano dallo sfruttamento animale, in particolare connesso ad azioni violente. Per estensione, poi, si può anche parlare di un veganismo ecologico e salutista. Ma queste estensioni sono legate a motivi di propaganda, e sono originariamente pensate dai vegani stessi per avvicinare coloro che non sono sensibili alla questione animale.
L'Etica Dietro il Veganismo
Nel veganismo, una preoccupazione etica riguarda il trattamento e l’uso degli animali. Per questi motivi non ci si può definire vegani se non si rifiuta qualsiasi tipo di crudeltà e qualsiasi oppressione di tutti gli esseri viventi.
L’essenza del veganismo si riassume nell’astensione dal consumo di carne, pesce, uova e latticini. Si tratta di una pratica in cui sono inclusi non solo gli alimenti, ma anche i cosmetici, la moda e persino il turismo. Non a caso la dieta vegana è quella che più aiuta a prendersi cura del pianeta, a quanto pare. Stiamo parlando di un impegno di conservazione che per molti dei suoi consumatori è anche uno stile di vita.
Veganismo e Sostenibilità
Assicurarsi che il cibo che si sta per acquistare e consumare non contenga ingredienti di origine animale è la regola numero uno di ogni buon vegetariano e vegano; che si assicura anche che tali prodotti ingeriti non siano stati testati sugli animali. Si tratta di persone che rimangono fedeli a marchi che condividono i loro valori di conservazione, ispirati dalla convinzione che tali aziende offrano prodotti ecologici e di qualità. Scelgono cibo e abbigliamento, viaggi e tempo libero che hanno raggiunto un’innegabile presenza sociale, come evidenziato dal rapporto “The Global Vegan Food Market 2023-2028”. Una crescita esponenziale che riflette come il settore vegano sia già una tendenza.
In realtà, da un punto di vista più realistico, la produzione di alimenti di origine animale moltiplica l’impatto ambientale, andando contro i vegetali. Non è difficile capire che ottenere una singola proteina dalla carne richiede alle aziende uno sforzo maggiore nella loro attività, almeno a livello di produzione. Questa differenza contrasta in modo significativo con l’ottenimento di una proteina di origine vegetale.
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Tuttavia, nonostante tutto, il veganismo non è sempre sinonimo di ecologia ambientale. Per il ricercatore Joseph Poore, specialista nello studio e nell’analisi del tipo e del grado di impatto ambientale prodotto dal cibo, la questione è molto chiara. “Molta frutta e verdura viene trasportata per via aerea”, alludendo all’aereo e ai carichi di cibo che trasporta nelle sue cabine, proprio come accade per le navi e gli altri transatlantici. “Qualcosa che può generare e creare maggiori emissioni di gas serra per chilogrammo rispetto alla carne di pollame, per esempio”. Il punto di vista del consumatore: Associare il verde all’ecologico è tanto errato quanto ingenuo.
Nella filosofia dell’industria vegana, le diete basate esclusivamente su alimenti vegetali devono anche essere trasportate ed espanse attraverso i confini e i Paesi, per raggiungere più bocche, stomaci e tasche. Stiamo parlando di frutta e verdura importate, il cui trasporto lascia dietro di sé una scia di emissioni e inquinamento. Qualcosa che si può certamente evitare. Come? Optando prima di tutto per il consumo locale e poi scegliendo di consumare frutta e verdura di stagione. Se c’è una cosa su cui gli esperti di entrambi i settori, vegano e della carne, sono d’accordo, è nel sostenere e riaffermare che la crisi ambientale che stiamo affrontando deriva dalle abitudini alimentari e di consumo, dalla produzione e dal trasporto. Con un po’ di consapevolezza e un semplice esercizio di moderazione e di vicinanza, le emissioni di inquinamento potrebbero essere ridotte fino a ottenere riduzioni notevoli.
Le Insidie dell'Industria Vegana
Diventa una tendenza che si corrompe sempre più, entrando nella lista nera dei cibi malsani. Purtroppo, l’industria vegana ha già iniziato a saturare i suoi piatti con zuccheri, cibi fritti e tocchi elaborati. Una perdita di qualità che implica tanto la golosità quanto l’avidità, tanto la falsità quanto il materialismo. Una scommessa di mercato sull’imitazione che, se da un lato può generare circa 24,3 miliardi di euro di profitti, secondo le stime della società di consulenza statunitense Nielsen, e questo solo entro il 2026, dall’altro fa sempre più discutere, soprattutto dal punto di vista nutrizionale. Il rischio è quello di far precipitare l’industria in alimenti ultra-lavorati, con oli vegetali, amidi ed estratti di proteine.
Come ogni buona filosofia e stile di vita, il veganismo dovrebbe essere una scelta fatta liberamente, non imposta dalle alte sfere, soprattutto quando è accompagnata da molti inganni, marketing globale e populismo a buon mercato. Dopotutto, discutere dell’industria vegana significa affrontare una questione delicata che va oltre il consumo di frutta e verdura, il consumo di sostituti della carne e del pesce e il mancato acquisto di uova e altri alimenti biologici di origine animale. È un argomento la cui pratica e applicazione non riguarda tutti allo stesso modo, nemmeno tutti i Paesi e tanto meno tutte le fasce d’età. E questo è indiscutibile a livello psicologico e sociale, economico e culturale, di potere d’acquisto, di crescita e di sviluppo. È meglio porre fine all’agenda commerciale.
E così come si presentano attualmente, con un modello di mercato più consumistico e sfruttatore che rigoroso e conflittuale, sia l’industria vegana che quella zootecnica soffrono dello stesso problema: la tendenza alla monocoltura. L’allevamento e il veganismo sono entrambi sprovvisti della stessa iniziativa misurata e ossigenata.
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Diritti Umani e Diritti Animali
Giunti al termine del secondo conflitto mondiale, uno dei momenti più cupi della storia dell’umanità, si è sentita l’esigenza di affermare l’importanza della vita dei soggetti coinvolti. Era il 10 dicembre 1948 quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclamò la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Nel 2018 si parla ancora di diritti mancanti, di lacune normative e di oggettivizzazione del “diverso”: animali, disabili, donne, persone LGBT+, stranieri… a volte anche bambini e bambine.
Tutte queste esclusioni dal documento del ‘48 hanno comportato la nascita, nei decenni successivi, di una serie di Dichiarazioni vòlte ad affermare e sottolineare l’importanza del rispetto e della salvaguardia dei diritti di tutti coloro che appartengono alle categorie sopracitate. La giornata mondiale dei diritti dell’uomo, dal 1998 è divenuta anche la giornata internazionale dei diritti degli animali, grazie all’associazione inglese Uncaget Campaigns. Oggi si sono compiuti passi da gigante nei confronti del riconoscimento del benessere animale, ma vale anche per il diritto? In realtà a livello normativo non è stato ancora delineato il problema della discriminazione basata sul carattere della specie e l’atto che ne parla in maniera più ampia è certamente la Dichiarazione dei diritti animali dell’UNESCO, siglata nel 1978 a Parigi.
Ciò che va chiarito è il concetto che il filosofo Tom Regan sosteneva nei suoi testi: il livello del diritto e il livello del dovere non sono necessariamente collegati. Se si pensa ai nostri simili, vi sono casi in cui le persone hanno solo diritti e non doveri dettati dalla legge, quindi questo principio è tranquillamente applicabile anche a tutti gli altri animali. Estendendo tale “diritto al diritto”, si riconosce il principio dell’etica della cura. È fondamentale che l’animale umano si curi del rispetto verso gli animali non umani, seppur comunicando in un linguaggio differente. L’etica della cura, tuttavia, dovrebbe essere un principio estendibile anche a tutti gli animali umani: l’avere cura del rispetto e delle relazioni è una caratteristica imprescindibile per il riconoscimento dei diritti di tutte e tutti.
Negare che non siano stati compiuti dei passi avanti dal ‘48 ad oggi sarebbe errato: il fatto stesso che si sia sentita la necessità di iniziare una riflessione riguardante tutti gli esseri animali esistenti, dovrebbe farci comprendere che la via intrapresa è quella giusta. Ciononostante, non si può fingere che la strada da percorrere non sia in salita e piena di ostacoli.
In conclusione, il dibattito sul veganismo e sulla sua "propaganda" è complesso e sfaccettato. Richiede un'analisi critica delle motivazioni etiche, degli impatti ambientali e delle implicazioni sociali, nonché una consapevolezza delle dinamiche di mercato e delle possibili distorsioni informative.
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