Sara Nani: Nutrizionista e Percorsi di Fertilità - Recensioni e Approfondimenti

Se stai affrontando un percorso di fecondazione assistita, saprai che ogni dettaglio può fare la differenza. Uno degli aspetti più importanti, ma spesso sottovalutati, è l’alimentazione. Se stai cercando un nutrizionista per accompagnarti nel tuo viaggio verso la maternità, non esitare a contattare Sara Nani.

Non sei la sola. Vediamo insieme tre esempi molto comuni nel mio lavoro quotidiano con le pazienti: endometriosi, PCOS (sindrome dell’ovaio policistico) ed età superiore ai 35 anni. Tutte cercano una gravidanza.

Alimentazione e Fertilità: Consigli Specifici

Endometriosi

Cosa mangiare se hai l’endometriosi: Alimenti ricchi di antiossidanti, grassi buoni (omega-3), fibre vegetali. È utile ridurre zuccheri semplici, grassi saturi e prodotti ultraprocessati.

PCOS (Sindrome dell'Ovaio Policistico)

La PCOS è tra le principali cause di anovulazione e difficoltà a concepire.

Cosa mangiare se hai la PCOS: Pasti bilanciati con carboidrati integrali, proteine di qualità, grassi sani.

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Gravidanza dopo i 35 anni

Con l’età, la fertilità fisiologicamente si riduce, ma non è un punto di non ritorno.

Cosa mangiare dopo i 35 anni se cerchi una gravidanza: Frutta e verdura di stagione, semi oleosi, legumi, pesce azzurro. Un esempio? Se hai cercato info sull’alimentazione per la fertilità, ti sarai sicuramente imbattuta nel mito dell’avocado.

Alimentazione e PMA (Procreazione Medicalmente Assistita)

Se stai affrontando un percorso di fecondazione assistita, saprai che ogni dettaglio può fare la differenza. Uno degli aspetti più importanti, ma spesso sottovalutati, è l’alimentazione.

Un elemento fondamentale per chi si sottopone a trattamenti di PMA è il controllo dei livelli di zucchero nel sangue. Diversi studi hanno dimostrato che seguire una dieta a basso indice glicemico può migliorare la qualità degli ovociti e ottimizzare la risposta ovarica.

Gli antiossidanti svolgono un ruolo cruciale nella protezione delle cellule riproduttive dallo stress ossidativo, un fattore che può compromettere la qualità degli ovociti e degli spermatozoi.

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La qualità dei grassi che consumi può influire notevolmente sulla tua fertilità. I grassi trans, presenti in molti cibi processati e fritti, sono noti per avere un impatto negativo sulla funzione ovulatoria.

Il tempo è però importante. In alcuni casi questo tempo può non bastare. Il percorso nutrizionale di affiancamento alla PMA è appunto un percorso dove si valuta man mano l’andamento.

Fertilità e BMI (Indice di Massa Corporea)

Il BMI è un indice che inquadra il soggetto in base al peso in relazione all’altezza e sappiamo già che non è sempre un indice attendibile. Un BMI troppo basso può essere legato anche a malnutrizione e, una donna denutrita, non è in grado di portare avanti una gravidanza ed un allattamento in quanto altamente dispendiosi. Un BMI troppo alto invece, potrebbe indurci a pensare che sia più vantaggioso per una gravidanza ma non è così.

Migliorare la fertilità in caso di BMI troppo alto o troppo basso è possibile. Gli studi ci dicono che è fondamentale correggere la malnutrizione per un BMI basso e perdere almeno il 5% del peso per un BMI alto. Lo studioso Chavarro aggiunge inoltre che un’alimentazione corretta migliora la fertilità anche in presenza di BMI sfavorevole (2).

Alimenti e Fertilità: Cosa dice la ricerca

La carne rossa pare influenzare negativamente la fertilità alterando l’ovulazione. Nei percorsi di fecondazione assistita sembra ostacolare la formazione della blastocisti ovvero il piccolo agglomerato di cellule che si forma dalla divisione dell’ovulo fecondato (2).

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Il pesce ha invece un effetto positivo sulla fertilità. Ci sono forti evidenze sulla correlazione tra consumo di pesce e minor tempo per avere una gravidanza. Queste evidenze concordano con le indicazioni dell’ American College of Obstetricians and Gynecologists che consigliano di consumare 2-3 porzioni di pesce a settimana limitando quello più ricco di mercurio a non più di 1 volta a settimana. Sono ricchi di mercurio i pesci più grossi come pesce spada, tonno, salmone, ecc.

Gli studi sui latticini sono inconsistenti e spesso contrastanti. Anche sulla soia la situazione non è chiarissima. Non ci sono studi molto affidabili.

Integrazione e Fertilità

Gli studi ci dicono che bassi livelli di folati portano ad anovulazione e a un maggior rischio di aborti (1). Lo studio NHS-II suggerisce che le donne che assumono acido folico a un dosaggio superiore a quello raccomandato riduce il rischio di aborto spontaneo. Questi benefici sembrano esserci con un’assunzione superiore a quelle raccomandate per la prevenzione dei difetti del tubo neurale.

Uno stato di deficienza della vitamina D potrebbe essere dannoso per la fertilità. Livelli sierici di deficienza sembrano essere correlati ad esiti negativi della fecondazione assistita.

Inoltre è vantaggioso assumere acido folico (meglio se folati in forma attiva) già da prima della gravidanza e di correggere eventuali carenze di vitamina D. È utile anche ridurre il consumo di carne rossa e aumentare quello di pesce.

Dieta Mediterranea e Fertilità

La dieta Mediterranea influenza positivamente la possibilità di una gravidanza naturale o con la fecondazione assistita. Tali modelli alimentari non migliorano solo la fertilità femminile ma anche quella maschile. Migliora la qualità del seme, la morfologia, la motilità e la concentrazione degli spermatozoi.

Resistenza all'Insulina

In questa fase, che può durare anni, la glicemia a digiuno misurata nel sangue è ancora nei parametri grazie all’aumentata produzione di insulina detta iperinsulinemia.

Acanthosis nigricans: sono delle aree della pelle più scure, in genere nelle pieghe come dietro al collo, sotto le ascelle, nell’inguine. È il medico o lo specialista a fare la diagnosi in seguito a OGTT (Oral Glucose Test Tolerance) ovvero a curva da carico orale di glucosio associata a curva insulinemica.

L’Indice di Homa o Homa Index (trovate diversi calcolatori online) mette in relazione i valori di glicemia e insulina a digiuno e se tale valore è superiore a 2,5 si può supporre che ci sia insulino resistenza. Ciò vuol dire che se l’Indice di Homa è superiore a 2,5 o anche vicino e ci sono già alcuni dei sintomi sopradescritti forse è meglio indagare col vostro medico in maniera più approfondita.

Una volta avuta la diagnosi di insulino resistenza, non disperate. È ancora una condizione reversibile con un’opportuna dieta ed esercizio fisico. Direte…sempre la solita solfa del cambio di stile di vita. Ma andiamo al dunque.

Il problema principale è l’accumulo di zuccheri nel sangue e questo sia in termini assoluti che come frequenza durante il giorno. Alla luce di ciò potrebbe essere utile ridurre il numero di pasti giornalieri anche ai soli 3 principali, ma quest’ultimi dovranno essere dei pasti ben bilanciati (non il solo piattone di pasta per intenderci!). Sicuramente le diete low carb e quindi a basso contenuto di carboidrati possono essere un’opzione, come anche l’alternanza di giornate a più alto contenuto di carboidrati con altre a più basso.

Finora ho parlato di strategie dietetiche “soft”, ma non possiamo dimenticare la dieta chetogenica. La dieta chetogenica (ne ho parlato qui e qui) aiuta tanto nell’ insulino resistenza e, in alcuni casi più avanzati, può essere anche l’unica strategia dietetica vincente.

Come potete vedere, le alternative dietetiche sono tante e tutte prevedono una diminuzione dei carboidrati giornalieri più o meno ampia.

La Dieta Chetogenica

La dieta chetogenica è sempre normoproteica ed ipoglucidica. La quantità di grassi varia invece in base all’obiettivo. E’ ipoglucidica ovvero a ridotto contenuto di carboidrati per permettere l’ingresso ed il mantenimento della chetosi. La quantità dei grassi dipende invece dallo scopo per cui la si segue.

La chetosi è quel meccanismo che si instaura nei periodi di digiuno vero o simulato quando le riserve di glucosio presenti nell’organismo - il glicogeno - sono andate esaurite. Non essendoci più glucosio in circolo, l’organismo inizia ad usare i grassi di deposito o alimentari per produrre corpi chetonici come fonte energetica alternativa.

Punto fondamentale da chiarire è che è un meccanismo del tutto fisiologico e si differenzia nettamente dalla chetoacidosi diabetica. La chetoacidosi diabetica è una condizione che si instaura in presenza di diabete di tipo 1 quando i livelli di glicemia sono molto alti e quelli di insulina molto bassi. In tal caso l’overproduzione di corpi chetonici supera di gran lunga i 20 mmol/dL, mentre nella dieta chetogenica oscilla tra i 4-10 mmol/dL.

La prima applicazione fu sull’epilessia negli anni ’20. Tutto era iniziato dalle osservazioni secondo cui dopo 2-3 giorni di digiuno, le crisi epilettiche diminuivano drasticamente. Fu però il Dott.

Affinché si instauri la chetosi, è fondamentale ridurre drasticamente l’apporto di carboidrati ed eliminare pasta, pane, patate e affini, ma anche legumi e frutta. Le uniche fonti di carboidrati devono essere le verdure.

Se vogliamo rimanere sulla colazione dolce, ahimè, la natura non ci aiuta. Il problema si risolve con le proteine in polvere. Le proteine in polvere vengono estratte principalmente dal siero del latte (whey protein), ma possono essere estratte anche da fonti vegetali come la canapa, i piselli o la più comune soia. Le proteine in polvere possono essere aromatizzate (cioccolato, vaniglia, fragola, ecc) come drink da bere oppure si possono usare i pasti sostitutivi proteici.

Oltre alla scelta chiara e precisa degli alimenti, è fondamentale una corretta integrazione con sali minerali, vitamine ed eventualmente probiotici e fibre.

La dieta Atkins prevede la riduzione drastica dei carboidrati e l’assunzione ad libitum di proteine e grassi. Secondo il Dr. Atkins ciò era possibile in quanto, un soggetto che riduce drasticamente i carboidrati, andrà automaticamente a ridurre l’introito calorico anche se può mangiare proteine e grassi a volontà per un maggior senso di sazietà.

La dieta PSMF o SPMF (Protein Sparing Modified Fast) ovvero digiuno modificato per il risparmio proteico prevede invece l’apporto di proteine di alta qualità per risparmiare le proteine della massa magra ma secondo il fabbisogno fisiologico quindi in relazione ai kg di massa magra o di peso corporeo.

Una dieta chetogenica per il dimagrimento è: normoproteica (introito proteico normale in rapporto al peso ideale), ipoglucidica (carboidrati non oltre i 20-50 g al giorno) e ipolipidica. E’ la prima fase ed è caratterizzata dalla chetosi. Per entrare in chetosi servono in genere 3-4 giorni di adattamento in cui l’organismo passa dall’utilizzo del glucosio come fonte energetica ai corpi chetonici.

Durante la chetosi si ha una forte diuresi e perdita di elettroliti per cui è fondamentale bere almeno 2 litri di acqua al giorno, salare abbondantemente i cibi ed assumere degli integratori di sali e vitamine. E’ una fase delicata tanto quanto la precedente. La reintroduzione degli alimenti esclusi nella prima fase e l’aumento calorico deve avvenire poco alla volta e seguendo delle tappe ben precise. Una reintroduzione graduale porterà ad un mantenimento del peso perduto e soprattutto alla sua stabilizzazione. La sua durata è almeno uguale o superiore a quella chetogenica.

E’ la fase finale che segue qualsiasi dieta a scopo dimagrante. E’ la fase in cui si impara a mantenere i chili persi e si definisce un vero e proprio stile alimentare a lungo termine. Primo fra tutti il dimagrimento veloce. Dimagrimento veloce non vuol dire però perdita generica di kg. Altro vantaggio non indifferente è l’assenza di fame.

Spesso si è portati a pensare che questi prodotti siano molto costosi.

La dieta classica chetogenica è la dieta in cui le fonti proteiche derivano solo da proteine in polvere e pasti sostitutivi proteici. E’ l’approccio utilizzato quando si hanno tanti chili da perdere come nell’obesità o in preparazione alla chirurgia bariatrica.

La dieta mitigata o mista è la dieta in cui un pasto principale (pranzo o cena) è costituito da cibi proteici freschi (in genere carne o pesce magri), rimane costante la verdura fresca a pranzo e a cena e negli altri pasti i prodotti sostitutivi. Questo approccio può essere seguito subito dopo un periodo di dieta classica chetogenica oppure fin dall’inizio.

Dieta e Candidosi

È stato dimostrato che una dieta, a supporto della terapia farmacologica, può aiutare a risolvere la Candidosi più della sola terapia farmacologica. Una dieta recente alta in carboidrati è associata a un aumento di Candida. Nel 2017 è stata studiata la correlazione con la dieta mediterranea. I soggetti che aderivano di più alla dieta mediterranea, avevano una presenza maggiore di Candida.

Possiamo quindi pensare che ridurre gli zuccheri semplici e gli alimenti con farine raffinate possa sicuramente aiutare e non solo per la Candida. Prediligere quindi alimenti con farina integrale e non solo di frumento, sì a carne, pesce e pollame, attenzione ai latticini e alla frutta troppo zuccherina.

Sindromi del Colon Irritabile (IBS)

Un dubbio ricorrente è quello di non riuscire a capire quanto tempo possa intercorrere tra l’assunzione di un alimento e la manifestazione dei sintomi. La tempistica varia da persona a persona e dipende da vari fattori. La sindrome del colon irritabile interessa appunto il colon ovvero parte del grande intestino o intestino crasso (large intestine).

Il riflesso gastro-colico è un segnale che lo stomaco manda all’intestino per permettergli di svuotarsi prima dell’arrivo di altro cibo. E se il pasto precedente conteneva un alto quantitativo di FODMAP e grazie al riflesso gastro-colico ha raggiunto il colon? In tal caso, potremmo avere dei sintomi che non c’entrano nulla col pasto immediatamente precedente ma che correlano ad almeno 2 pasti prima.

Come abbiamo visto sopra, si trova molto prima del colon, ma, per qualche motivo che non indaghiamo qui, dei ceppi batterici del colon si sono spostati ed hanno colonizzato il tenue. Anche in questo caso i FODMAP non c’entrano. Spesso ridurre il contenuto di FODMAP non basta per alleviare i sintomi da IBS.

Nei soggetti più sensibili fare una colazione a basso contenuto di FODMAP con l’aggiunta di una bella tazzina di caffè può portare comunque a scariche diarroiche.

Il percorso di Sara Nani

Ogni pezzo di me di oggi è frutto delle mie esperienze, della rincorsa dei miei desideri, e si, anche delle batoste. A malincuore lascio la Sicilia e la mia famiglia. Vado a Bologna per studiare biologia sognando di diventare una ricercatrice. Voglio scoprire le mutazioni delle malattie genetiche rare. Mi laureo perfettamente nei tempi ma arriva la prima delusione dal mondo della ricerca. Inizio a capire come va la ricerca in Italia, non è rose e fiori come ci era stata dipinta all'università.

Cambio strada e incappo in un lavoro sottopagato e per niente in linea con quello che ho studiato. Siamo in piena crisi economica e non c'è altro. Ritorna l'amore per la ricerca. Inseguo di nuovo il mio sogno così conseguo un Dottorato di ricerca di 3 anni in Biologia e Patologia Molecolare e Cellulare. Il sistema della ricerca scientifica italiana mi delude una seconda volta. Già durante il dottorato il mio entusiasmo si spegne. Mi scontro nuovamente con una realtà che non mi piace. Già durante gli anni di dottorato inizio a guardarmi intorno. Vengo affascinata dal mondo della nutrizione e dalla potenza dell'alimentazione sulla salute.

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