Capire come approcciarsi ai disturbi alimentari è fondamentale sia se li stiamo vivendo in prima persona, sia nel caso di comportamenti di persone a noi care a cui siamo vicini. È infatti 1 persona su 3 in Italia e 1 su 5 nel mondo a soffrire di disturbi del comportamento alimentare, e l'età in cui iniziano a manifestarsi si è drasticamente abbassata, arrivando anche a 6-7 anni. Svolgono un ruolo centrale in questa problematica i social media, ma anche il profondo strascico derivante dalla perdita della routine dovuta alla pandemia, che ancora oggi ha conseguenze gravi per i più giovani.
Per questo motivo ora più che mai è importante conoscere quali sono le cause e i sintomi dei disturbi alimentari, soprattutto di quelli meno conosciuti - come ad esempio eliminare alcuni cibi inventandosi di essere intolleranti - e sapere come comportarsi se ci rendiamo conto che una persona sta iniziando a soffrirne, così da poterla aiutare in modo efficace.
Campanelli d'Allarme: Restrizioni Alimentari e False Intolleranze
Alcuni disturbi dell'alimentazione sono più noti di altri: tutti abbiamo sentito parlare di anoressia, bulimia o binge eating, ma esistono moltissimi altri comportamenti che possono rappresentare dei campanelli d'allarme di un disturbo alimentare, come nel caso in cui una persona all'interno di un contesto sociale conviviale rifiuti un determinato tipo di cibo, adducendo di essere intollerante o allergico, quando in realtà non lo è. Sono dei comportamenti in fondo non così difficili da notare.
Può succedere durante un aperitivo con un gruppo di amici che una persona, anziché ordinare un cocktail come gli altri, prenda un'acqua frizzante. Accade spesso sul set di servizi fotografici, dove una modella dice di non poter mangiare una focaccina perché intollerante al glutine, o chi in pizzeria sceglie un'insalata perché “allergica” al lattosio della mozzarella.
«Si tratta di una pratica piuttosto diffusa tra chi soffre di disturbi alimentari, o tra chi ha un'alimentazione disordinata», spiega il dottor Giuseppe Magistrale, psicologo psicoterapeuta, responsabile del Centro DCA, che si occupa della cura multidisciplinare dei disturbi alimentari lavorando in equipe con terapeuti, nutrizionisti e psichiatri, a Bari e anche online. «Esistono dei cibi maggiormente temuti, i cosiddetti fear food, come i carboidrati o il cioccolato, che potenzialmente possono far ingrassare, e che vengono esclusi con la scusa dell'intolleranza o dell'allergia, perché in un contesto sociale è più accettabile dare una motivazione di questo tipo, evitando il timore di giudizi, evitando di vergognarsi, di dover dare spiegazioni o non sentirsi compresi».
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Precisa il dott. Magistrale: «Non esiste un disturbo alimentare legato alle intolleranze, ma chi dice di essere intollerante per evitare un cibo, non essendolo davvero clinicamente, dicendolo come scusa oppure essendone convinto sulla base di un'autodiagnosi, lo fa in realtà per nascondere dei sintomi riconducibili a un disturbo alimentare».
Le Restrizioni Alimentari Autoimposte da False Autodiagnosi
Le vere intolleranze alimentari vengono diagnosticate dal medico attraverso dei test clinici specifici, mentre invece nei casi di disturbi alimentari o alimentazione disturbata, può succedere che la persona sia convinta di avere un'intolleranza a un cibo perché ha effettuato un test di autodiagnosi. «Le restrizioni alimentari autoimposte, per di più sulla base di autoconvinzioni, sono di per sé un fattore di rischio per i disturbi alimentari. Chi elimina un cibo, perché crede di essere intollerante, vede la sua autodiagnosi come un avvaloramento e una giustificazione del suo comportamento. La persona si sente legittimata alla restrizione, e questo è molto pericoloso, perché può esserci in atto un vero e proprio disturbo alimentare e una difficoltà ad affrontare la patologia. I test di autodiagnosi sono sconsigliatissimi anche per questo motivo, bisogna affidarsi a un gastroenterologo e a un nutrizionista».
Disturbi Alimentari o Alimentazione Disturbata: Che Differenza C'è?
Ma quando possiamo parlare di un vero e proprio disturbo alimentare e quando siamo di fronte a un'alimentazione disturbata? «I disturbi alimentari clinici sono quelli codificati all'interno del DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Alimentari), che contiene dei criteri specifici per ogni disturbo, dove i più diffusi sono anoressia, bulimia, disturbo da binge eating e anche ARFID che è il disturbo evitante/restrittivo dell'assunzione di cibo», spiega il dott Magistrale.
«Nel caso dei disturbi alimentari spesso al DCA ritroviamo nei comportamenti dei pazienti l'insoddisfazione per la propria immagine corporea, la restrizione alimentare e in generale il controllo dell'alimentazione per far fronte all'insoddisfazione per il proprio corpo. Si tratta di comportamenti in cui è presente un pensiero ossessivo rispetto al fisico e al cibo, che permane per molto tempo ed è invalidante. Può portare a fare attività fisica ossessiva, può creare problemi nelle relazioni sociali, perché spesso le persone si isolano, non se la sentono di partecipare a eventi, cene, incontri dove non possono controllare la loro alimentazione o dove potrebbero essere giudicati dagli altri», continua il dott Magistrale. «Mentre per l'alimentazione disturbata può esserci tutto questo, ma a un livello non tale da essere codificabile secondo i criteri dati dal DSM. Si tratta però comunque di situazioni da attenzionare dal punto di vista clinico».
Le Conseguenze delle Restrizioni Alimentari sulla Salute Psicofisica
«Si può andare incontro a carenze di minerali e vitamine», spiega la dott.ssa Valentina Verzè, biologa nutrizionista specializzata in scienze della nutrizione e alimentazione umana, che riceve a San Bonifacio, Verona. «Ci sono dei campanelli d'allarme che ci dicono che il corpo non sta funzionando come dovrebbe. Il primo è la perdita del ciclo, ma le carenze nutrizionali si vedono ben presto anche sulla pelle, che si segna e ingrigisce, sulle unghie che diventano fragili, e sui capelli, che si indeboliscono e cadono. È importante notare quanto prima i sintomi iniziali che si vedono sul corpo, per poter agire tempestivamente».
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«Anche l'umore risente di un'alimentazione restrittiva, così come le relazioni sociali: non bisogna tralasciare quanto sia invalidante non poter vivere serenamente i momenti di convivialità a tavola», aggiunge il dott. Magistrale.
Ortoressia e la Paura del Glutine
C'è un disturbo alimentare di cui si parla poco, che non è ancora codificato ufficialmente, ma che probabilmente lo sarà a breve, e cioè l'ortoressia. «Si tratta di una forma di controllo del cibo con un interessamento per la salute, secondo il quale bisogna mangiare tutto ciò che fa bene all'organismo. Non è quindi legato all'insoddisfazione per il proprio corpo, ma alla volontà di mantenerlo in salute a ogni costo», spiega il dott. Magistrale.
Quello che succede in questi casi è che si tende a considerare valida ogni informazione che si trova, rischiando di seguire i suggerimenti sbagliati.
In riferimento alle restrizioni alimentari, la più celebre è l'eliminazione del glutine, perché si ritiene che sia un nemico del corpo, poiché causa infiammazione. In alcuni casi questa scelta drastica viene assunta proprio in nome della salute, ma sulla base di un'autodiagnosi senza fondamenti scientifici. In altri casi autoproclamarsi intolleranti al glutine è un modo per giustificarsi socialmente di una restrizione che in realtà viene fatta a causa della diffusissima associazione tra carboidrati e accumulo di peso.
«I carboidrati sono i cibi più eliminati, perché considerati colpevoli dell'aumento di peso, ma in realtà, se assunti in quantità corrette, sono fondamentali, sono la base dei nostri pasti e la benzina di cui ha bisogno di corpo», racconta la dott.ssa Verzè. «Togliendoli dalla dieta si ha una risposta immediata con la perdita di peso, ma dopo un po' si ha uno stallo, iniziano dei meccanismi che portano a un blocco del peso, a una non risposta del corpo alla dieta».
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«Ci sono tante filosofie di pensiero riguardo al glutine. È vero che il glutine, così come lo zucchero, è un alimento che può contribuire all'infiammazione, ma solo a determinate condizioni, in quantità elevate e nel lungo periodo», dice la dott.ssa Verzè. «Non dovrebbe mai esserci un'autodiagnosi e una decisione autonoma di eliminarlo, senza il parere del medico. Se si guardano gli studi scientifici ci sono solo quattro tipi di allergie validate (intolleranza al lattosio, al nickel, sensibilità al glutine e la malattia celiaca), tutto il resto è un contorno di marketing che porta a confusione», ed è potenzialmente molto dannoso per la salute.
Educazione Alimentare e Prevenzione
Secondo la dott.ssa Verzè, «alla base del problema c'è anche la mancanza di educazione alimentare che dovrebbe essere una materia scolastica. Se un bambino sin da una certa età inizia a imparare come si mangia nel modo giusto, si potrà salvare il ragazzo futuro da problemi legati al peso».
Come Aiutare una Persona con un Disturbo Alimentare
Continua il dott. Magistrale: «La cosa più importante è non fare finta di niente, senza però essere troppo intrusivi. Ci si può avvicinare con delicatezza, dire che si è notato un comportamento, che siamo preoccupati perché le vogliamo bene, se possiamo parlarne o se vogliamo andare insieme a informarci meglio. Se però vediamo che c'è un muro bisogna rispettarlo, perché non si può obbligare nessuno a farsi curare.
Disturbi Alimentari e Pandemia
Con la pandemia i casi di disturbi alimentari sono aumentati in modo esponenziale. «Solo nei primi sei mesi di pandemia sono aumentati del 30%, ora siamo in attesa di dati più completi, ma gli accessi alle strutture con ricoveri sono aumentati moltissimo. Solo nel nostro centro abbiamo ricevuto il doppio delle richieste rispetto al pre-pandemia», spiega il dott. Magistrale.
E i motivi sono strettamente legati alle emozioni provate a causa delle restrizioni della pandemia: «La perdita della routine, dei punti di riferimento, dei rapporti sociali. Con la pandemia è successo di perdere il senso di controllo sulla nostra vita: eravamo abituati a una stabilità e di colpo ci siamo trovati a doverci abituare a restrizioni e isolamenti. Dove ci sono rotture così grandi ci si affida necessariamente al piccolo. Quando non posso avere più il pieno controllo della mia vita, mi concentro su ciò che posso ancora controllare, come il mio corpo, la mia alimentazione».
Anche i chili in più accumulati durante il periodo di lockdown non hanno aiutato, «perché in molti hanno fatto ricorso a diete fai da te, che sono il primo fattore di rischio per la diagnosi di disturbo alimentare, anche se non certamente l'unica cosa che lo scatena».
E poi il tanto tempo passato davanti allo smartphone: «Anche lo screentime che è aumentato con la pandemia ha avuto un ruolo nel diffondersi dei disturbi alimentari. Abbiamo passato più tempo davanti ai cellulari esposti a immagini di modelli irraggiungibili e questo incide sulla soddisfazione che una persona ha di sé».
E infine, il maggior tempo trascorso in famiglia, quando sono presenti sofferenze, conflitti e problemi: «I ragazzi hanno avuto sempre meno strumenti a disposizione e sempre maggiore difficoltà. Avere un senso di controllo attraverso la gestione dell'alimentazione e del proprio corpo può far sentire potenti e padroni di sé. Quando tutto mi crolla addosso, questa è una cosa che posso controllare e dove posso avere successo».
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