L'Alimentazione Forzata e la Lotta delle Suffragette per il Suffragio

Nel novembre del 1913, durante un viaggio negli Stati Uniti d'America, Emmeline Pankhurst tenne un importante discorso al Parsons Theatre di Hartford, nel Connecticut.

Nel contesto di una campagna che mirava a trovare sostegni e supporti alla sua causa, Pankhurst si definì «una soldatessa temporaneamente assente dal campo di battaglia» - cioè l’Inghilterra - e spiegò ai presenti perché le donne, e lei in prima persona, avevano dovuto adottare «metodi rivoluzionari per ottenere i diritti di cittadinanza»; finendo per determinare una situazione al limite della tensione, segnata dalle frequenti rimostranze dell’opinione pubblica conservatrice e da scontri con le autorità a cui spesso seguivano veri e propri atti di repressione.

«Le donne - affermò Pankhurst nel suo intervento - sono molto lente a risvegliarsi, ma una volta che si sono risvegliate, una volta che sono determinate, niente sulla terra e niente in cielo le farà cedere; è impossibile».

Proprio allora, dopo decenni in cui la subordinazione femminile era stata considerata una parte fondamentale dell’ordine sociale, l’inestinguibile ragione delle donne stava iniziando a minare le basi di consenso del modello patriarcale.

E Pankhurst - con la sua radicalità femminista, sempre rivendicata - non esitò a battere la strada dell’intransigenza pur di giungere a conquiste politicamente rilevanti.

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In nome della libertà

Nata il 15 luglio 1858 a Manchester, Emmeline Pankhurst si formò negli anni in cui l’Inghilterra vittoriana, fiera delle sue tradizioni e salda nel suo potere, cominciava a essere presa d’assalto da un articolato e rumoroso movimento per l’emancipazione femminile.

Un movimento che, in prima istanza, si prefiggeva un obiettivo minimo ma cruciale per il futuro: ottenere il diritto di voto per le donne.

E quindi estendere il suffragio, al tempo riservato solo agli uomini, e per di più parzialmente, per allargare il perimetro della democrazia.

La forza delle «suffragiste» - chiamate «suffragette» dalla stampa più ostile, che intendeva indicare la velleità dei loro propositi - emerse compiutamente negli ultimi tre decenni del XIX secolo, soprattutto nei Paesi anglosassoni, e riuscì a lanciare uno scomodo atto d’accusa contro la disuguaglianza sistemica che, a tutto vantaggio degli uomini, calpestava i diritti delle donne.

Nata Goulden in una famiglia di vivace cultura, Emmeline studiò a Parigi, all’École normale de Neuilly, si avvicinò precocemente al femminismo e prese il cognome del marito, Richard Pankhurst, un brillante avvocato che per anni, insieme a lei, s'interessò al tema del diritto di voto e costruì un’ampia rete di amicizie, relazioni e sinergie, collaborando anche con il filosofo John Stuart Mill.

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La vita non le risparmiò momenti tragici, come la morte inaspettata del figlio Francis Henry nel 1888, per difterite, a soli quattro anni.

La successiva scomparsa di Richard, nel 1898, fu poi uno spartiacque.

Anche per via dell’esperienza accumulata, si convinse che dalla benevolenza del parlamento, specchio di una società antifemminista, non sarebbe arrivato nulla.

Emmeline Pankhurst intraprese allora un percorso di costruzione del consenso attraverso l’espressione del dissenso, nella prospettiva di superare il muro dell’inerzia e della rassegnazione.

Senza risparmiarsi, coinvolse nella sua lotta per l’uguaglianza anche le tre figlie: Christabel, Sylvia e Adela.

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Fondò la Women’s Franchise League (WFL) nel 1889 e la Women’s Social and Political Union (WSPU) nel 1903, diventando una figura centrale per il femminismo inglese.

La sua notorietà aumentò in misura direttamente proporzionale alla sua risolutezza, fino al tempo dello scontro aperto.

All’inizio del novecento, infatti, nelle riunioni e nelle manifestazioni del movimento suffragista, per lo più orbitanti nell’area della città di Londra, iniziò a circolare un motto capace di condensare in sé un drastico cambio di approccio: «Deeds, not words».

Tradotto in italiano: «Fatti, non parole».

Mobilitazione, carcere, resistenza

Le suffragette adottarono tattiche sempre più incisive per attirare l’attenzione sulla loro causa, nell’ambito di una strategia tesa a costringere i governi inglesi ad affrontare la questione a viso aperto.

Come strumenti di protesta vennero organizzate marce, iniziative collettive e atti di disobbedienza civile, arrivando anche ad attaccare la proprietà privata, a colpire vagoni ferroviari, a disturbare esercizi commerciali, a incendiare cassette postali.

Tutto per sottolineare l’urgenza di una richiesta di giustizia e coinvolgere più persone possibili nella mobilitazione.

La reazione delle autorità, negli anni, fu però piuttosto dura; anzi, di totale chiusura.

Ci furono maltrattamenti, numerosi arresti e processi penali.

Si assistette, in generale, a un forte irrigidimento e la questione femminista rischiò di essere del tutto criminalizzata.

Nei confronti delle attiviste detenute si arrivò a pratiche che, in alcuni casi, suscitarono grande scandalo.

Ai ripetuti scioperi della fame le autorità risposero infatti con forme anche brutali di alimentazione forzata.

Nel 1913 venne varato il Prisoners Act, comunemente noto come il «Cat and Mouse Act»: una misura che permetteva di rilasciare le prigioniere a un passo dalla morte, così da evitare decessi inopportuni che avrebbero messo in difficoltà le amministrazioni penitenziarie, per poi arrestarle di nuovo non appena si fossero rimesse in salute.

Molti giornali dell'epoca dileggiarono o criticarono le suffragette al seguito di Pankhurst.

Membri dei settori economici più influenti e intere categorie professionali - in massima parte formate da uomini - deprecarono l’azione femminista, considerandola estremista, dannosa, irrispettosa e comunque controproducente.

Emmeline Pankhurst, però, andò in tutt’altra direzione.

Senza mai farsi intimidire.

Finita ripetetuamente in manette, non indietreggiò; guadagnando così una visibilità pubblica straordinaria e, nell’ambito del movimento femminista, un ruolo di orientamento e direzione capace d'imprimere un’accelerazione alle rivendicazioni delle donne.

Pankhurst volle prima di tutto creare disagio, rompere il quieto vivere dello status quo, e mostrare l’ipocrisia di un sistema che, pur professando il rispetto dei diritti, negava quelli fondamentali alle donne.

Agì per mettere a nudo le più plateali contraddizioni della dottrina del liberalismo di cui la classe dirigente inglese si fregiava.

Come disse lei stessa: «Fummo chiamate militanti e accettammo volentieri quel nome».

Le asprezze della militanza

Nel pieno della fase più dura della campagna militante Pankhurst si mostrò consapevole del significato della sua lotta, delle sue conseguenze, delle sue asprezze, dei suoi eccessi e delle sue prospettive.

In un passaggio notevole del discorso citato all’inizio al Parsons Theatre di Hartford affermò: «Quando ci hanno messo in prigione per la prima volta, semplicemente per aver presentato petizioni, abbiamo accettato; abbiamo permesso loro di vestirci con abiti da prigione; abbiamo permesso loro di metterci in isolamento; abbiamo permesso loro di metterci tra i criminali più degradati; abbiamo appreso alcuni dei mali raccapriccianti della nostra cosiddetta civiltà che non avremmo potuto imparare in altro modo. È stata un'esperienza preziosa, e siamo stati felici di viverla».

Questa estrema caparbietà, che pure rispondeva alla radicalità di migliaia di attiviste, ebbe un prezzo che Pankhurst accettò di pagare: la crescente divergenza con l’ala meno intransigente del movimento suffragista, ovvero l’Unione nazionale delle società per il suffragio femminile (NUWSS, dalle iniziali in inglese), fondata nel 1897 da Millicent Garrett Fawcett, la quale disapprovava i metodi di Pankhurst e tendeva a prediligere, al contrario, strumenti costituzionali e pratiche di lobbying sui politici più inclini ad assecondare le richieste femministe.

Nel mantenere ferma la sua linea di azione, però, Pankhurst fu inflessibile.

Inoltre, prima di aver ottenuto il diritto di voto, rifiutò nettamente l’iscrizione di attivisti uomini nella WSPU, così come la cooperazione con qualsiasi partito politico.

Addirittura Sylvia Pankhurst, sua figlia, fu espulsa dall’organizzazione per aver collaborato con il Partito laburista, nonostante le indubbie doti di leadership e l’alta caratura intellettuale.

Le diverse sensibilità interne al movimento suffragista, comunque, non ne frenarono lo slancio, anzi.

Nei primi quindici anni del XX secolo l’intera società inglese venne messa in subbuglio e le istanze del femminismo, prima ignorate e poi denunciate, ottennero infine una centralità inedita.

Il voto alle donne

Una fase di compromesso, convergenza e parziale riconciliazione, tra movimento femminista e governo britannico, giunse con la deflagrazione della Prima guerra mondiale.

Il richiamo della causa nazionale ebbe infatti l’effetto di uno stallo ricercato.

La stessa Pankhurst optò per la collaborazione.

In quegli anni, però, il massiccio coinvolgimento delle donne nella società, a tutti i livelli, e il contributo di molte attiviste nelle retrovie furono l’ultimo elemento propulsore della lunga battaglia emancipazionista.

L’impatto tremendo del conflitto e l’azione persistente delle suffragiste resero impossibile un ritorno al passato.

Nel febbraio del 1918 fu perciò approvata una legge, il Representation of the People Act, che, mentre fissava a ventuno anni l’età minima per il voto degli uomini, ampliò il suffragio anche alle donne con più di trent'anni.

Un risultato certo storico, ma parziale, che trovò un sostanziale compimento solo dieci anni dopo, nel luglio del 1928, con un’altra misura varata dal Partito conservatore senza incontrare opposizioni, The Equal Franchise Act.

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