Alimentazione e Neuropatia Periferica: Una Guida Completa

Le neuropatie periferiche (NP) sono patologie che provocano il deterioramento e il malfunzionamento dei nervi periferici. In Italia, le NP colpiscono fino al 20% degli over 70, mentre a livello globale ne soffre circa il 6% della popolazione, pari a oltre 435 milioni di persone. Le cause possono essere molteplici, tra cui lesioni traumatiche, infezioni virali e problemi metabolici.

Tipi di Neuropatia Periferica

In base all’origine, le NP si suddividono in ereditarie (dovute ad anomalie genetiche) e acquisite (secondarie ad altre condizioni). Per quanto riguarda le NP sistemiche invece, la più comune è quella diabetica.

Si tratta di una neuropatia determinata dalla presenza costante di alti livelli di zuccheri nel sangue che rendono l’ambiente ipossico e danneggiano le cellule nervose con conseguente disfunzione.

L'Importanza dell'Esercizio Fisico

Ad esempio, in caso di neuropatie periferiche a carico degli arti inferiori, l’esercizio può favorire il corretto flusso di sangue e nutrienti verso i nervi di gambe e piedi, aiutare a ridurre il gonfiore alle gambe, rafforzare e stabilizzare i muscoli indeboliti e i tessuti di supporto.

Le attività più consigliate per chi soffre di neuropatie periferiche comprendono esercizi che risultino meno traumatici per i muscoli e le articolazioni, come la camminata, lo yoga, lo stretching, il nuoto e il ciclismo.

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Infine, l’esercizio fisico ha un effetto positivo anche sulla salute mentale: aiuta a contrastare ansia e depressione, disturbi spesso associati alle neuropatie periferiche che hanno un decorso lungo e possono diventare condizioni croniche.

Esempi di esercizi:

  • Per il tronco: siediti su una sedia, mantieni fermo il bacino e ruota il busto a destra e a sinistra per 10 volte per lato.
  • Stretching per le caviglie: appoggia le mani a una parete, porta indietro una gamba e spingi il tallone verso il pavimento, mantenendo la posizione per 30 secondi.
  • Mobilità dei piedi: siediti a terra e afferra le dita dei piedi, provando a tirarle delicatamente verso il petto.
  • Rinforzo degli arti inferiori: mettiti in piedi, sollevati sulle punte per qualche secondo e poi torna sui talloni lentamente. Ripeti la sequenza per 15 volte.

Chi pratica sport e soffre di neuropatie periferiche, deve prestare particolarmente attenzione durante l’esecuzione degli esercizi, poiché si può indurre il rischio di un’ulteriore sofferenza a carico degli arti superiori o inferiori.

Pertanto, sarebbe ideale rivolgersi ad uno specialista, che sulla base della condizione del paziente, possa consigliare gli esercizi più adatti a seconda della tipologia e gravità di neuropatia. Solo un programma personalizzato ad hoc sul paziente e supervisionato da esperti, garantisce alta efficacia ma soprattutto massima sicurezza, consentendo di ottenere tutti i benefici dell’attività fisica senza però compromettere la salute.

Alimentazione e Neuropatia: Cosa Mangiare

Una dieta sana ed equilibrata, ricca di nutrienti essenziali, contribuisce a migliorare la salute dei nervi periferici e a ridurre l’infiammazione.

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Ecco alcuni nutrienti e alimenti particolarmente utili:

  • Vitamine del gruppo B: in particolare la B1 (tiamina), la B6 (piridossina) e la B12 (cobalamina), che aiutano il sistema nervoso a rimanere in salute: trasformano il cibo in energia, supportano la comunicazione tra i nervi e proteggono la loro guaina mielinica, necessaria per una corretta conduzione nervosa.
  • Antiossidanti: come le vitamine C ed E, che aiutano a ridurre lo stress ossidativo e contrastare i radicali liberi, molecole instabili che possono danneggiare le cellule e favorire processi infiammatori.
  • Acidi grassi omega-3: che possiedono proprietà antinfiammatorie e neuroprotettive e aiutano a mantenere l’integrità delle membrane cellulari nervose.

Alimenti da Limitare

Ci sono anche alcuni alimenti il cui consumo va limitato, ad esempio:

  • Zuccheri raffinati come lo zucchero bianco, lo zucchero di canna raffinato, lo sciroppo di glucosio/fruttosio, il destrosio.
  • Alimenti processati come snack (patatine, cracker), cereali per colazione zuccherati, dolci industriali (biscotti, torte, merendine).
  • Bevande zuccherate (bibite gassate, succhi di frutta confezionati).
  • Prodotti da forno raffinati.
  • Alimenti surgelati pronti (pizza surgelata, pasti pronti) ecc.

Altri Componenti Utili

  • Citicolina: un mattoncino fondamentale per le membrane nervose che aiuta a riparare i danni, migliorando la trasmissione dei segnali.
  • L-Acetilcarnitina: molecola fondamentale per l’ energia cellulare, favorisce la rigenerazione dei nervi danneggiati e migliora la loro capacità di trasmettere segnali nervosi.
  • Oxadia®: Estratto brevettato di Gastrodia Elata, protegge i nervi. Combatte lo stress ossidativo, preserva le cellule nervose e stimola la produzione di NGF, neurotrofina essenziale per la rigenerazione nervosa.

Prevenzione

La prevenzione riveste un ruolo importantissimo nel ridurre il rischio che la neuropatia insorga o progredisca. È sempre consigliato monitorare costantemente le cause che espongono il paziente al rischio di neuropatie periferiche.

Riduzione dell'Apporto Calorico e Dolore Neuropatico

Lo studio del Cnr-Ibcn, Irccs Fondazione S. Lucia, Università di Chieti e di Milano dimostra per la prima volta che la riduzione delle calorie consumate durante lo sviluppo di una neuropatia allevia sensibilmente il dolore cronico sia in animali normali sia in animali con profilo metabolico simile a quello diabetico.

Un periodo limitato di dieta a ridotto apporto calorico è in grado di attivare meccanismi anti-infiammatori, riducendo e prevenendo la cronicizzazione del dolore neuropatico.

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“Nei nostri esperimenti abbiamo constatato che dopo un danno nervoso periferico al nervo sciatico, un regime dietetico con un ridotto apporto calorico giornaliero agisce come potente stimolo metabolico ed attivatore di un fondamentale meccanismo di sopravvivenza e ricambio cellulare, noto come autofagia (la cellula ingloba parti di sé danneggiate)”, spiega Sara Marinelli del Cnr-Ibcn, coordinatrice del progetto.

I ricercatori hanno evidenziato lo stesso recupero dal dolore neuropatico anche in animali che mostrano una bassa capacità di rinnovamento cellulare.

“Questi animali con ridotta capacità di autofagia presentano alterazioni metaboliche di fondo di tipo diabetico che aggravano la condizione di neuropatia”, prosegue Roberto Coccurello del Cnr-Ibcn.

“Ebbene, anche con queste complicanze, una limitazione delle calorie assunte può contrastare il decorso e l’intensità del dolore neuropatico, ristabilendo un equilibrio metabolico, riducendo i processi infiammatori e facilitando la rigenerazione nervosa attraverso la stimolazione dell’autofagia. Tutto ciò in assenza di manifesti effetti collaterali, come nel caso di ricorso continuato al solo approccio farmacologico.

Digiuno Intermittente e Dolore Neuropatico

Lo studio dell’Università Vanvitelli di Caserta afferma che il digiuno non solo come fattore di rallentamento dei processi di invecchiamento cellulare ma anche come analgesico.

Un regime alimentare controllato, fatto di pochissime calorie, per periodi intermittenti, potrebbe essere utile a combattere il dolore cronico di tipo neuropatico.

“Ad oggi - spiega Maione - la patologia è scarsamente trattata farmacologicamente in quanto non risponde alla maggior parte dei classici farmaci analgesici. Di fatto, i trattamenti prevedono farmaci antidepressivi, anticonvulsivanti e terapie di supporto psico-cognitivo. Di conseguenza c’è un notevole interesse della ricerca al fine di identificare nuovi meccanismi molecolari e substrati cellulari e anatomici per meglio comprendere la natura del dolore neuropatico”.

“Sui topi si parla di due giorni di digiuno - spiega Livio Luongo, uno dei ricercatori del gruppo di studio - che nell’uomo corrisponderebbero a circa 4-5 giorni di digiuno.

Il recettore HCAR2, quello indentificato per la prima volta come potenziale analgesico, riduce significativamente le alterazioni della soglia meccanica associate a dolore neuropatico nel topo.

“Proprio nei topi abbiamo avuto conferma che questo recettore - continua Luongo - HCAR2, è stimolato dal beta-idrossi-butirrato (BHB) un chetone che viene prodotto in maggiori quantità dal digiuno prolungato o da una dieta chetogena.

In questo caso il dolore diventa minore, ma anche molto trattabile con farmaci. Per molte persone invece, che soffrono di dolore cronico neuropatico, cioè nevralgie, sciatalgie, mal di schiena o cervicali causati da ernie, ma anche dolore di arti amputati, ci sono pochissime opportunità terapeutiche e spesso i pazienti sono refrattari.

Vitamina D e Neuropatia

La vitamina D potrebbe rappresentare una “risorsa” nel trattamento della neuropatia periferica indotta dalla chemioterapia, evento diffuso e comune tra i pazienti oncologici, ma anche tra i più difficili da trattare.

Studi di Real World e di laboratorio sembrerebbero attribuire alla Vitamina D la capacità di contrastare il dolore neuropatico.

Una prima evidenza, che se confermata da ulteriori indagini, potrebbe aiutare a sopperire importanti unmet needs farmacologici.

La neuropatia periferica indotta dalla chemioterapia (CIPN) è di difficile trattamento: poche le opzioni terapeutiche, tra queste la duloxetina, comunque di scarsa/limitata efficacia, e che non offrono strategie a lungo termine per la prevenzione o la neutralizzazione di questo effetto collaterale dall’elevato impatto sulla qualità della vita, con ripercussioni che possono perdurare anche nel post-trattamento, e dai numeri sono importanti.

La CIPN colpisce, infatti, fino al 70% dei pazienti trattati con paclitaxel e circa il 30% manifesta sintomi gravi, con esiti come detto persistenti anche per anni, che in caso di CIPN moderata o grave possono richiedere modifiche del trattamento che riducono l’efficacia e la sopravvivenza del paziente.

Pertanto, la ricerca indaga su nuove soluzioni e fra le opzioni possibili emerge l’azione della Vitamina D che se confermata potrebbe dare un contributo molto significativo, sia in termini di efficacia che di sostenibilità, essendo estremamente economica e alla portata di chiunque.

Precedenti ricerche hanno identificato fattori di rischio non modificabili per la CIPN, come età, razza e genetica, e fattori di rischio potenzialmente modificabili, anche se non facilmente modificabili, come diabete, stile di vita sedentario ed elevata esposizione sistemica al paclitaxel.

Diversi studi retrospettivi sembrerebbero associare un rischio di CIPN più elevato a pazienti con concentrazioni di vitamina D pretrattamento inferiori, pertanto la convalida di insufficienti livelli come fattore di rischio di CIPN è un primo passo fondamentale verso lo sviluppo di strategie di intervento preventivo, finalizzato al mantenimento del regime chemioterapico e a migliorare i risultati clinici.

Mettendo in relazione l’evento CIPN con il regime chemioterapico seguito, è stato possibile osservare che il 20,7% delle pazienti che, all’inizio dello studio, avevano livello bassi di vitamina D nel sangue, sperimentavano una neuropatia di grado 3, contro il 14,2% di coloro che, invece, ne avevano quantità sufficienti.

Per confermare la relazione tra questi due fattori, ovvero la carenza di vitamina D e l’insorgere della neuropatia, anche a livello sperimentale, i ricercatori hanno somministrato la stessa tipologia di farmaci in dosi comparabili a modelli animali per indurre una carenza di vitamina D, rilevando così danni ai nervi più gravi rispetto agli animali di controllo.

I dati emersi invitano ad avviare sperimentazioni dedicate in cui valutare gli effetti della somministrazione di vitamina D in soggetti con carenza e riduzione del rischio di CIPN. Pertanto, qualora i risultati di un trial così strutturato dovessero confermare i dati dello SWOG S0221, una strategia di prevenzione potrebbe essere legata alla somministrazione pretrattamento chemioterapico di dosaggi stabiliti di vitamina D, con gli aggiustamenti necessari.

Una “soluzione” a basso costo di cui potrebbe avvantaggiarsi l’intera popolazione, anche le fasce più disagiate come è emerso dallo studio SWOG S0221 in cui la maggiore incidenza di neuropatia e i minori livelli di vitamina D sono stati rilevati in donne afroamericane che, mediamente, negli Stati Uniti, hanno maggiori difficoltà di accesso ai servizi medici e di prevenzione, e minore livello di istruzione. Altresì gli esami per il controllo del livello di vitamina D e di eventuali supplementi sarebbero più facilmente accessibili a tutti.

Consigli Pratici per i Pazienti

  • A volte potrebbe essere difficile includere un’ampia gamma di frutta e verdura fresca e colorata, sia a causa del potenziale peggioramento del dolore causato dalle attività di preparazione e cottura, sia per la presenza di stati emotivi negativi che favoriscono l’uso di cibo non salutare.
  • Una soluzione potrebbe essere l’inclusione, nella dieta, di verdure miste congelate che sono facili e veloci da usare, mantengono la loro qualità nutrizionale e possono essere conservate per lunghi periodi riducendo la necessità di recarsi nei negozi.
  • Si potrebbe provare un tipo diverso di frutta ogni settimana e includere frutta congelata (ad es. bacche).
  • Le verdure in scatola a ridotto contenuto di sale (es. pomodori e lenticchie) possono essere incorporate anche in pietanze come stufati e primi piatti.
  • Si può anche cercare di includere le verdure nella dieta come spuntino.
  • In particolare, un alimento ricco di polifenoli è il bergamotto, che riduce sia l’assorbimento di colesterolo sia la possibilità di sviluppare ipersensibilità al dolore indotta dai farmaci oppioidi, spesso utilizzati nella terapia del dolore.
  • Anche la curcuma è una sostanza naturale con proprietà antinfiammatorie in grado di ridurre il dolore e il gonfiore articolare in pazienti che soffrono di osteoartrite.
  • Si può considerare l’inclusione di pesce grasso (ad es. salmone e sardine), olio extravergine di oliva, di semi di lino o di canola, nonché semi di lino e noci, per aumentare l’assunzione di omega-3, grassi polinsaturi essenziali per combattere l’infiammazione (componente tipica di molte condizioni di dolore cronico) e rafforzare il sistema immunitario (il cui ruolo nel dolore cronico è messo in evidenza da un numero crescente di ricerche).
  • Gli omega-3 si sono dimostrati utili in malattie dolorose come il dolore articolare e l’artrite reumatoide, l’emicrania, diverse neuropatie periferiche, la dismenorrea e anche l’endometriosi.
  • È utile inserire nella dieta un minimo di 2-3 porzioni di pesce grasso a settimana.
  • Anche gli integratori di olio di pesce possono essere una soluzione. Ne esiste una vasta gamma e per questo può essere utile chiedere consiglio a un dietista o a un medico prima di assumere dosi elevate di integratori di olio di pesce. L’evidenza suggerisce che 3000 mg di omega-3 in un periodo di 3 mesi aiutano a ridurre il dolore, specialmente nell’artrite reumatoide.
  • Gli integratori di olio di pesce contengono una combinazione di EPA e DHA (due tipi di omega-3). È importante garantire che il rapporto EPA/DHA sia ≥1,5. Se si decide di usare integratori di olio di pesce, quindi, è importante un marchio di buona qualità che contenga un’alta dose di omega-3.
  • Le carenze di micronutrienti possono peggiorare il dolore cronico e nelle persone che ne soffrono sono più comuni carenze di vitamina D, vitamina B12 e magnesio.
  • La vitamina D, che deriva principalmente dall’esposizione alla luce solare, è un antiossidante ed è associata all’affaticamento muscolare.
  • Consumare un’ampia gamma di cibi ricchi di nutrienti per assicurarsi di soddisfare il proprio fabbisogno di vitamine e minerali. Ad esempio, carne, pesce e latticini sono buone fonti di vitamina B12, pesce e uova per la vitamina D, mentre verdure a foglia verde e cereali integrali sono ricchi di magnesio.
  • La vitamina D può essere ottenuta anche dall’esposizione al sole. Per la maggior parte delle persone, 10-15 minuti di sole su braccia e gambe quasi tutti i giorni della settimana forniranno la maggior parte del fabbisogno di vitamina D.
  • La disidratazione può aumentare la sensibilità al dolore. Può anche avere altri effetti sulla salute, specialmente nelle popolazioni più anziane, come una scarsa guarigione delle ferite e costipazione.
  • L’acqua è essenziale per la circolazione dei nutrienti e l’eliminazione dei rifiuti, entrambi fattori che possono influenzare il dolore.
  • L’obiettivo è bere 2-3 litri di acqua al giorno, incorporando piccole bevande frequenti tra i pasti e cibi con un contenuto d’acqua maggiore, ad es. zuppa, frutta e yogurt magro.
  • La fibra è importante per una corretta digestione e per il mantenimento di un microbioma sano, oltre che per la gestione del peso.
  • Quando si aumenta l’assunzione di fibre, è importante aumentare anche l’assunzione di liquidi. Fibre e fluidi lavorano infatti insieme per promuovere la salute dell’intestino.
  • Il microbiota, ossia l’insieme di tutti i batteri che compongono il tratto gastrointestinale, gioca un ruolo importante sullo stress e nell’insorgere dei disturbi gastrointestinali.
  • Il consumo di fibre dovrebbe essere di 25 g/die per le femmine adulte e di 30 g/die per i maschi adulti. Per raggiungere questi consumi è possibile scegliere pane e pasta integrali, oppure variare la fonte di cereali tra orzo, farro, sorgo, avena, miglio, segale, frumento e mais.
  • Questi alimenti e bevande contengono elevate quantità di energia e quantità molto basse (o nessuna) di nutrienti benefici. Tendono quindi ad aumentare l’infiammazione e l’ossidazione, che possono peggiorare il dolore.
  • Scambiate le bevande zuccherate con acqua o acqua minerale non aromatizzata e scegliete spuntini salutari e convenienti come bastoncini di frutta, verdura o yogurt magro. Invece di cibi da asporto, provate a cucinare a casa più spesso.
  • Provate a pianificare i pasti della settimana e ad acquistare gli ingredienti necessari in anticipo. Tenete a mente anche qualche opzione veloce e sana per i momenti in cui vi sentirete più stanchi o in cui il dolore sarà più forte e difficile da gestire.

In conclusione, è bene tenere a mente che alcuni alimenti possono sia essere benefici per alcune categorie, ma nocivi per altre. Questo può variare a seconda della tipologia di dolore cronico e della condizione specifica del singolo individuo.

Per esempio, il consumo di soia ha effetti benefici sul dolore ed esercita una funzione antiossidante. Allevia anche il dolore postoperatorio e quello derivato dall’osteoartrite (quest’ultimo solo negli uomini). Tuttavia, sembra che possa peggiorare il dolore dell’emicrania.

La soia, così come altri cibi contenenti ossalati (ad es. spinaci, rucola, crusca di frumento, frutta secca a guscio, cioccolato, fragole), è un alimento da consumare con moderazione anche nei casi di vulvodinia o altri dolori genitali.

Neuropatia Diabetica

La neuropatia è la complicanza più comune del diabete e colpisce circa la metà di tutti i pazienti con diabete mellito di tipo 1 o di tipo 2. La tipica neuropatia diabetica lunghezza-dipendente progredisce nel tempo fino a coinvolgere fibre nervose mielinizzate di grande diametro. Ciò può portare a ulcere e amputazioni del piede, nonché a perdita di equilibrio posturale.

Nella neuropatia diabetica il danno delle piccole fibre precede la disfunzione delle grandi fibre. Si pensa che ciò accada perché le piccole fibre non mielinizzate sono vulnerabili agli effetti degli squilibri metabolici. Tuttavia, hanno anche una maggiore capacità rigenerativa e sono più sensibili alla terapia rispetto alle grandi fibre mielinizzate.

Il Diabetes Prevention Program ha dimostrato che un’attività fisica e un intervento dietetico possono ridurre l’incidenza del diabete di tipo 2 [3]. I cambiamenti dello stile di vita possono anche combattere alcuni degli effetti negativi del diabete e provocare perdita di peso, miglioramenti nel controllo glicemico, dislipidemia e pressione sanguigna e ridurre il tasso di eventi cardiovascolari e la mortalità associata.

La fisiopatologia della neuropatia diabetica coinvolge l’iperglicemia persistente e molteplici percorsi biochimici che alla fine provocano distress ossidativo e infiammazione.

Come accennato in precedenza, è stato dimostrato che il controllo intensivo del glucosio riduce il rischio di neuropatia nel diabete mellito di tipo 1. Il Diabetes Control and Complications Trial nello specifico ha mostrato che il controllo intensivo del glucosio ha ridotto la prevalenza della neuropatia autonomica cardiaca nei pazienti con diabete mellito di tipo 1 del 53% rispetto alla terapia convenzionale e anche nel lungo periodo la prevalenza e il rischio di ricadute erano significativamente inferiori rispetto ai controlli [2, 4, 5]. Ancora, è stato dimostrato che uno stretto controllo dei valori di glicemia riduce il rischio di sviluppare neuropatia autonomica cardiaca nel diabete mellito di tipo 1.

Ancora, un’ altro integratore alimentare che può migliorare o prevenire la neuropatia autonomica diabetica è la nicotinamide riboside, precursore di nicotinamide adenina dinucleotide (NAD+). NAD+ è un metabolita chiave nel metabolismo energetico ed è direttamente implicato nella catena di trasferimento di elettroni nei mitocondri, il processo tramite il quale avviene la produzione di energia nei processi metabolici aerobi. I livelli di NAD+ sono ridotti nei neuroni dei soggetti diabetici e alti livelli di NAD+ possono prevenire il danno ossidativo nei neuroni [2].

Ci sono prove che l’esercizio fisico può prevenire e curare la neuropatia dovuta a prediabete e diabete. Uno studio italiano sul tapis roulant della durata di 4 anni ha randomizzato pazienti con diabete ma senza neuropatia e li ha sottoposti ad un intenso programma di esercizi aerobici. Il gruppo dei casi ha mostrato dei miglioramenti significativamente la loro capacità di esercizio e c’è stato un miglioramento anche della velocità di conduzione nervosa.

Conclusioni

In sintesi, una combinazione di dieta equilibrata, esercizio fisico e, se necessario, integrazione di vitamine e altri nutrienti, può contribuire significativamente alla gestione e alla prevenzione della neuropatia periferica, migliorando la qualità della vita dei pazienti.

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