Casalinghe Italiane: Chi Sono e Cosa Fanno

Per parlare di lavoro casalingo è necessario anzitutto stabilire un perimetro: chi sono e che cosa fanno coloro che si dedicano a questa attività? L’identificazione del “chi” è uno degli aspetti a cui occorre prestare immediatamente attenzione, considerata anche l’assenza di neutralità del processo di categorizzazione di questo gruppo sociale.

Definizione e Identificazione delle Casalinghe

Il punto di partenza sono le rilevazioni statistiche che nel tempo hanno assistito a una evoluzione delle denominazioni e descrizioni. Come ripercorso da R. Sarti (2014), nelle differenti rilevazioni censuarie si sono sviluppati dei dibattiti metodologici relativi alla definizione di tale categoria al punto che, considerata la variazione numerica dettata da diverse concettualizzazioni del termine, l’autrice afferma che «le rilevazioni censuarie non mirano solo a rappresentare la realtà, ma anche a trasformarla» (R. Sarti, 2014, p. L’Istat, nell’ultimo focus dedicato al lavoro casalingo risalente al 2017, definisce la figura come «persona di 15 anni e più che si dedica prevalentemente alle faccende domestiche».

Prendendo in esame i principali vocabolari della lingua italiana si può osservare che la casalinga è definita, nella maggior parte dei casi, come la «donna che attende in casa propria alle faccende domestiche e non ha altra professione» (Treccani, vocabolario online). Parrebbe dunque che gli elementi distintivi della categoria siano l’essere donna e lo svolgimento esclusivo di attività di cura e pulizia all’interno della propria casa e per la propria famiglia, escludendo lo svolgimento di lavori retribuiti all’esterno delle mura domestiche.

Anche il senso comune, i media e la cinematografia hanno contribuito a diffondere delle precise immagini e definizioni della figura della casalinga. Basti pensare alla figura stereotipata della “casalinga di Voghera”, alla serie televisiva “desperate housewives”, o a film come “Sogni d’oro” di Nanni Moretti in cui compare la figura della “casalinga di Treviso”. Tra i media non mancano anche le declinazioni al maschile della figura.

Dati Statistici e Caratteristiche Socio-Anagrafiche

Risale al 2017 l’ultimo focus di Istat espressamente dedicato alle casalinghe in Italia, all’interno del quale, incrociando dati provenienti da differenti indagini campionarie (rilevazione sulle forze di lavoro, indagine sulle spese per consumi, indagini uso del tempo, indagine aspetti della vita quotidiana, indagine sulla formazione degli adulti), riporta una fotografia nitida circa le caratteristiche socio-anagrafiche ed economiche del mondo casalingo in Italia. Attualmente è possibile reperire dati attraverso il database Istat che scompone il numero di inattivi per condizione dichiarata e include all’interno del conteggio le persone che sono casalighi/e (per un approfondimento statistico del fenomeno si rinvia a M. Corti, S. Negri e V. Virgili, Il lavoro casalingo: una prima fotografia statistica).

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In generale, la quantificazione del fenomeno è un aspetto imprescindibile per poterlo inquadrare al meglio e ricavare informazioni sulle principali caratteristiche del contesto di riferimento. Per questo, oltre ai database e all’indagine sopra citata, al fine di ricostruire le caratteristiche e la condizione di questa categoria sociale è utile considerare altri rapporti di ricerca che forniscono dati dettagliati. Un rapporto di ricerca da consultare è quello pubblicato dall’Istat nel 2019 (I tempi della vita quotidiana. Lavoro, conciliazione, parità di genere e benessere soggettivo) che contiene un focus sul lavoro non retribuito, il valore della produzione familiare e il diverso utilizzo del tempo tra i generi. In generale tutti i rapporti statistici riguardo alle indagini multiscopo sulle famiglie e l’uso del tempo forniscono dei dati di interesse per approfondire il lavoro casalingo.

Da un’indagine Istat del 2016 (i numeri non sono cambiati molto), sono 7milioni e 338mila le donne che si dichiarano casalinghe nel nostro Paese, 518mila in meno rispetto a 10 anni fa, oggi dovrebbero essere intorno ai 7 milioni. Le anziane di 65 anni sono il 40,9% del totale, quelle sotto i 34 anni sono solo l’8,5%. Le casalinghe vivono prevalentemente nel Centro-Sud (63,8%). Il 74,5% delle casalinghe, coincidendo più o meno con la fascia d’età oltre i 50 anni possiede al massimo la licenza di scuola media inferiore, meno del 5% di quelle sotto i 34 anni è con al massimo la licenza media inferiore.

Nel 2015 sono più di 700mila le casalinghe in povertà assoluta, il 9,3% del totale. Nel 2012 solo l’8,8% ha frequentato corsi di formazione, quota che sale di poco tra le giovani casalinghe di 18-34 anni (12,9%).

Distribuzione e Istruzione delle Casalinghe in Italia (Dati ISTAT 2016)
Categoria Percentuale
Donne che si dichiarano casalinghe Circa 7 milioni
Anziane (65+ anni) 40,9%
Sotto i 34 anni 8,5%
Residenti nel Centro-Sud 63,8%
Con licenza di scuola media inferiore (50+ anni) 74,5%
Con licenza di scuola media inferiore (sotto i 34 anni) Meno del 5%

Motivazioni e Scelte

Una ulteriore angolazione dalla quale studiare il fenomeno e connessa alla precedente riguarda le motivazioni e la decisionalità: nello scenario attuale rimanere ancora da capire quanto essere casalingo o casalinga sia frutto di una scelta volontaria o di una necessità, o, nel caso femminile, del persistere di un bias culturale che assegna ancora alle donne il carico del lavoro di cura. Secondo il focus Istat del 2017, «il motivo principale per cui le giovani casalinghe di 15-34 anni non cercano lavoro è di natura familiare nel 73% dei casi (61,2% per le casalinghe di 35-44 anni)». Dalle rilevazioni, inoltre, emerge che molte casalinghe sono scoraggiate perché, pur avendo cercato un lavoro, non l’hanno trovato.

Stando a questi dati, seppur risalenti nel tempo, parrebbe dunque che si tratti non tanto di una scelta ma di una condizione dettata da bisogni che rimangono insoddisfatti a livello pubblico a causa di una scarsa rete di servizi sociali e di assistenza o da peculiari condizioni lavorative (inattività, sfiducia, insoddisfazione). Una ricerca promossa dal Dipartimento di Scienze della Politica e Sociologia dell’Università di Firenze (F. M. Alacevich, A. Tonarelli, 2013) ha infatti rilevato che oggigiorno esistono differenti tipi di casalinghe e che sono sempre meno le donne che diventano casalinghe per «vocazione» (F. M. Alacevich, A. Tonarelli, 2013, p. 137), sono invece di più le donne che diventano casalinghe a seguito di particolari condizioni del mercato del lavoro (M. I due precedenti percorsi di ricerca (evoluzione della figura e indagine sulle motivazioni personali) sono interconnessi con tematiche di carattere macro.

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Riconoscimento Giuridico e Tutele

Un altro aspetto al quale occorre guardare è come il legislatore ha tutelato la figura della casalinga e come è cambiato nel tempo il suo riconoscimento istituzionale. A livello normativo, invece, con la Legge 5 marzo 1963, n. 389 e (poche) istanze normative si riconosce nella precedente iscrizione all’assicurazione facoltativa a norma dell’art. 85, n. 4 del regio decreto-legge 4 ottobre 1935, n. Difatti, si deve aspettare il 1995, per vedere riconosciuto in Italia il ruolo di casalinga come lavoro grazie ad una sentenza della Corte Costituzionale. Lo ha detto la Corte, come scritto, appellandosi al Titolo III della Costituzione, art. 35, dove si legge che “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni”. Ebbene, cos’è davvero fare la casalinga se non lavorare e farlo per il benessere di quella piccola parte della comunità che è il microcosmo famigliare?

Non ha un contratto e non ha uno stipendio, vero, ma il legislatore ha voluto comunque dare a questa figura qualche tutela, come poter aderire ad un fondo pensionistico per questa categoria, ma anche la possibilità di stipulare un’assicurazione che metta la donna al riparo dai rischi e dalle conseguenze che il lavoro domestico può comportare. Non tutti ne sono al corrente, ma esiste un Fondo Casalinghe INPS a cui ci si può iscrivere, a patto di avere un’età compresa tra i 15 ed i 65 anni e rientrare in pochi altri requisiti. Ci vogliono 5 anni di contributi versati per avere la possibilità di ricevere una pensione di inabilità o di vecchiaia, mentre con la legge n. 493 del 1999 si è ufficializzato lo status di lavoratrice in ambito domestico. Questo significa vedere riconosciuta la tutela della propria salute e l’incolumità durante lo svolgimento dell’attività in questione.

Ad oggi, se si hanno i requisiti di legge, esiste un’assicurazione obbligatoria Inail per persone che si occupano in maniera gratuita, abituale ed esclusiva dei lavori domestici. Il versamento è minimo (meno di 13 euro all’anno), ma se consideriamo che l’Istat conta circa 3 milioni di incidenti domestici annuali, capiamo quanto le tutele non siano mai abbastanza. La Cassazione ha anche sostenuto la questione del risarcimento del danno in caso di incidente stradale, perché le inabilità derivate possono incidere sullo svolgimento dell’attività di casalinga.

Inoltre, da poco è stato anche introdotto il cosiddetto Bonus Casalinghe per dare un supporto. Si tratta di un finanziamento, istituito dal Decreto Agosto 2020, rivolto a donne e uomini che svolgono attività gratuita in ambito domestico. Col bonus si può accedere a corsi di formazione gratuiti digitali, mirati sia ad incrementare le opportunità professionali di chi li segue, sia a favorire l’inclusione sociale.

Riconoscimento Sociale e Prospettive Future

Andando oltre al mero riconoscimento istituzionale, una pista di indagine interessante riguarda il riconoscimento sociale e la considerazione che le casalinghe e i casalinghi hanno a livello sociale e come questi sono cambiati nel tempo. Scandagliando la tematica in una prospettiva identitaria e di riconoscimento sociale non è da tralasciare una pista di ricerca che analizza le motivazioni, il ruolo e le attività delle associazioni di casalinghe che si sono diffuse in Italia più o meno omogeneamente su tutto il territorio nazionale (si ricordano qui Confcasalinghe, Assocasalinghe, Moica, Obiettivo famiglia/federcasalinghe).

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E la società civile cosa pensa? Lo Stato pensa, lo Stato fa e questo non può che inorgoglirci tutti, indipendentemente dal ruolo che ciascuno di noi ricopre nella società civile. Sicuramente ci sono però ancora dei problemi da risolvere, come la corretta informazione sui benefici riconosciuti alla categoria. Per questo, fortunatamente, esistono associazioni come Federcasalinghe, pronte a fare luce su ogni questione. Il secondo problema, più antipatico, è il pensiero della massa, ancora troppo spesso portato a sottovalutare l’importanza della figura della casalinga.

Eppure la casalinga, quella degli anni 50 come anche la guerriera metropolitana moderna che porta i figli a scuola, stira, cucina e bada alla casa, non ha solo mani che lavorano, ma anche una testa e un cuore. Quest’ultimo con una marcia in più, perché di cuore ce ne vuole davvero tanto per occuparsi e preoccuparsi delle necessità di tutti, spesso senza riconoscimento o un grazie in cambio. E ci vuole anche grande autocontrollo per non ascoltare la testa, che a volte suggerisce di rassegnare le dimissioni o quantomeno mettersi in sciopero. Ma si sa, quando ami la tua azienda, passi sopra a tante cose, giusto?

Il Lavoro Domestico Non Retribuito

Nel 2014 sono state effettuate in Italia 71 miliardi e 353 milioni di ore di lavoro non retribuito per attività domestiche, cura di bambini, adulti e anziani della famiglia, volontariato, aiuti informali tra famiglie e spostamenti legati allo svolgimento di tali attività. Le donne hanno effettuato 50 miliardi e 694 milioni delle ore di produzione familiare (il 71% del totale). Il numero medio di ore di lavoro non retribuito svolte in un anno è pari a 2.539 per le casalinghe, 1.507 per le occupate e 826 per gli uomini. Quello domestico è lavoro. Non retribuito.

Per questo è utile ripercorrere la dicotomia che storicamente divide il lavoro produttivo dal lavoro improduttivo, nonché la distinzione che si è diffusa da fine Ottocento tra lavoro svolto per il mercato e lavoro non svolto per il mercato. Nondimeno, particolarmente rilevanti appaiono anche le conseguenze della separazione tra pubblico e privato che si è sviluppata conseguentemente al processo di industrializzazione e la successiva netta opposizione tra lavoro e cura come sfere distinte della vita. Entra in questa riflessione anche il processo di naturalizzazione del lavoro di cura come mero appannaggio femminile, anche a partire dalla concezione della famiglia come società naturale.

Tuttavia, l’analisi del lavoro casalingo è un percorso di indagine non soltanto sul ruolo della donna nella società ma anche sulle strutture famigliari e la loro evoluzione nel tempo in termini di abitudini e composizione. Dopo la Seconda guerra mondiale, infatti, lo sviluppo del modello del “male breadwinner” ha condotto, fino agli anni Settanta del Novecento, ad una crescita netta della professione della casalinga come diretta conseguenza di quel modello di produzione familiare.

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