Come Reintrodurre il Glutine nella Dieta: Protocollo e Considerazioni

È un dato di fatto il progressivo aumento di soggetti che lamentano problemi più o meno importanti in seguito al consumo di cibi contenenti glutine, in assenza dei marcatori tipici della celiachia. In alcuni individui il consumo di glutine può scatenare una serie di diverse patologie. Negli ultimi anni una nuova entità è stata aggiunta al novero delle patologie legate al glutine, la sensibilità al glutine non celiaca, caratterizzata da una serie di sintomi, intestinali ed extra-intestinali, che compaiono rapidamente in seguito al consumo di glutine e altrettanto rapidamente scompaiono quando questo venga eliminato dalla dieta.

Diagnosi Differenziale: Celiachia, Allergia al Grano e Sensibilità al Glutine Non Celiaca

Anzitutto è importante stabilire se i sintomi riferiti dal paziente sono tipici per la sensibilità al glutine non celiaca e se vanno imputati all’ingestione di glutine. Nel caso in cui un paziente lamenti disturbi non specifici in seguito all’ingestione di alimenti contenenti glutine, quali dolori addominali, emicrania o stanchezza, è importante escludere in prima battuta una celiachia e un’allergia al grano. Dato che i sintomi della sensibilità al glutine non celiaca somigliano a quelli di una celiachia, è importante escludere questa patologia sin dalle prime fasi diagnostiche.

  • Viene condotto un test per gli anticorpi che permette di escludere anche un deficit di IgA.
  • Una biopsia intestinale permette di escludere definitivamente la celiachia.

Anche l’allergia al grano ha un quadro clinico simile a quello della sensibilità al glutine non celiaca. Gli anticorpi IgG-antigliadina (AGA) non sono tipici della sensibilità al glutine non celiaca, ma si ritrovano anche nei soggetti colpiti dalla celiachia e in una piccola percentuale della popolazione sana. Escluse celiachia e allergia al grano, il paziente può iniziare una dieta priva di glutine.

Dieta Senza Glutine: Fase Iniziale

L’alimentazione senza glutine andrebbe seguita per un minimo di sei settimane, al fine di stabilire un nesso causale tra l’alimentazione senza glutine e i disturbi di cui soffre il paziente. In presenza di sensibilità al glutine non celiaca, i sintomi migliorano o spariscono nel giro di alcuni giorni o entro due settimane. La diagnosi è confermata da un miglioramento o dalla scomparsa dei sintomi in seguito all’adozione di una dieta priva di glutine e da un peggioramento non appena viene reintrodotto il glutine. Di norma il quadro clinico migliora nell’arco di alcuni giorni o di due settimane al massimo.

Protocollo Diagnostico Standardizzato

Il protocollo diagnostico elaborato in occasione dell’International Expert Meeting 2014 stabilisce che il miglioramento del quadro clinico va sottoposto a una valutazione per giungere a una standardizzazione. Prima di escludere il glutine dalla sua dieta, il paziente è tenuto a segnalare tre sintomi ricorrenti e a valutarne la gravità su una scala da 1 a 10. Questa valutazione va condotta due settimane prima di adottare la dieta e dev’essere ripetuta a cadenza settimanale.

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La risposta all’alimentazione senza glutine si lascia quantificare in base ai seguenti criteri: X migliora del 30 per cento rispetto al valore di partenza, dove X sta per ognuno dei tre disturbi prevalenti. Il miglioramento deve interessare almeno uno dei tre sintomi, mentre in nessun caso è previsto un peggioramento.

Per arrivare a una diagnosi definitiva della sensibilità al glutine non celiaca è necessario sottoporre il paziente a un test di provocazione come per le allergie alimentari: dopo avere sospeso il glutine per almeno quattro settimane, il paziente torna ad assumere il glutine. Se i sintomi ricompaiono nel giro di due giorni, andrebbe condotta una provocazione orale in doppio cieco (dai ricercatori) o in cieco semplice (dal medico curante) controllata con placebo, eseguita al termine di una fase senza glutine durata alcuni giorni.

La procedura ottimale prevede la somministrazione al paziente di barrette senza glutine (placebo) e contenenti glutine impossibili da distinguere per aspetto, consistenza e gusto. A una prima fase di sperimentazione della durata di una settimana fa seguito una settimana di alimentazione rigorosamente priva di glutine e, successivamente, una seconda fase di sperimentazione della durata di una settimana. Anche in questo caso, il protocollo diagnostico standardizzato serve da base per la valutazione settimanale dei sintomi.

Il Protocollo Diagnostico Standardizzato del 2014

In occasione del Third International Expert Meeting on Non Celiac Gluten Sensitivity dell’ottobre 2014, un gruppo di esperti guidati da Carlo Catassi e Alessio Fasano ha redatto il protocollo diagnostico standardizzato appena descritto. Il protocollo prevede l’adozione di una procedura dietetica unitaria in due fasi che utilizza una versione modificata della Gastrointestinal Symptom Rating Scale. Servendosi di questa scala, i pazienti sono chiamati a stabilire quanto incidono sui loro disturbi l’adozione di una dieta priva di glutine e la reintroduzione del glutine.

Si procede a valutare su una scala da 1 a 10 i sintomi intestinali e quelli extra-intestinali. Servendosi di questa scala, i pazienti sono chiamati a stabilire quanto incidono sui loro disturbi l’adozione di una dieta priva di glutine e la reintroduzione del glutine.

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Considerazioni Aggiuntive

Da alcuni anni è stata codificata una nuova sindrome, definita “Gluten Sensitivity”, che ha assunto una grande “popolarità”. Essa è una forma di intolleranza al glutine, documentabile con il dosaggio delle immunoglobuline IgG4 (metodica non riconosciuta dalla scienza ufficiale), che non innesca la catena autoimmunitaria, con la distruzione dei villi enterici. Si controlla sempre con la dieta, ma che non presenta le caratteristiche di autoimmunità né le complicazioni del morbo celiaco.

La sensibilità al glutine non celiaca esiste, ma non va di certo diagnosticata e trattata in modalità fai da te. Si corre il rischio di impedire la diagnosi di patologie più serie. Proporre un trattamento per questa patologia è difficile, ancora non sappiamo molte cose: si tratta di una condizione permanente o transitoria? la soglia di sensibilità è la stessa per tutti o varia da individuo a individuo?

In queste condizioni, una volta che sia stato seguito un appropriato iter diagnostico, l’approccio razionale sarebbe quello di proporre una dieta priva di glutine per un periodo di tempo limitato, in genere intorno ai sei mesi, seguita da una graduale reintroduzione di alimenti contenenti glutine. Durante la fase di esclusione si devono evitare tutti i prodotti contenenti frumento, farro, orzo, segale, triticale e tutti i loro derivati. Si possono invece consumare quei cereali che sono privi di glutine come riso, mais, teff, fonio, miglio e sorgo, o pseudocereali come grano saraceno, quinoa e amaranto.

La reintroduzione potrebbe partire con cereali a basso contenuto di glutine come l’avena e il farro, per passare, in assenza di sintomi, a testare successivamente i cereali con contenuto maggiore. La sensibilità al glutine non celiaca non costringe il paziente ad attenersi rigorosamente e senza deroghe all’alimentazione priva di glutine che si impone in caso di celiachia; è sufficiente ridurre il consumo di glutine per non sviluppare sintomi. Va testata individualmente la quantità di glutine che può essere assunta senza conseguenze.

Tabella: Protocollo di Reintroduzione del Glutine

Fase Durata Alimenti consentiti Alimenti da evitare Valutazione
Iniziale 6 settimane Cereali senza glutine (riso, mais, quinoa) Frumento, orzo, segale, farro Monitoraggio dei sintomi
Reintroduzione graduale Variabile (mesi) Iniziare con avena e farro, poi aumentare Monitorare la reazione a ogni alimento Valutazione della tolleranza individuale
Mantenimento Lungo termine Alimenti tollerati in quantità controllata Alimenti che causano sintomi, da limitare o evitare Aggiustamenti in base alla risposta del corpo

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