Dieta del Dottor Veronesi: Schemi e Approcci

Oggi, molti pazienti cercano informazioni sulla dieta più adatta per supportare la loro guarigione. Inoltre, si interrogano frequentemente sul ruolo del digiuno terapeutico come supporto nel trattamento dei tumori in generale.

Due figure di spicco, il Dott. Longo e il Dott. Veronesi, hanno studiato a fondo questo argomento, ma sono ancora in corso studi clinici. Pertanto, non ci sono ancora risposte definitive e univoche alle domande che ci poniamo.

Il Digiuno Terapeutico Proposto dal Dott. Veronesi

Il digiuno terapeutico consiste nella rinuncia volontaria ai cibi solidi per un periodo specifico e limitato nel tempo. Le prime 24-48 ore della terapia prevedono il digiuno completo con la sola assunzione di acqua.

In questa fase, considerata la più impegnativa, il corpo consuma la maggior parte dello zucchero e dei trigliceridi presenti nel sangue. I livelli di glucosio vengono mantenuti progressivamente stabili dalle riserve epatiche (glicogeno), mentre l'azione motoria, per cui si consiglia il riposo assoluto, è supportata prevalentemente dalle riserve di glicogeno muscolare.

ATTENZIONE! Questa tecnica non è adatta in caso di compromissioni epatiche, diabete mellito tipo 1 o altre malattie che implicano una difficoltà metabolica importante.

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L'azione metabolica ricercata dai terapisti avviene al termine di questa prima fase, quando le riserve di glicogeno sono ridotte al minimo. A questo punto, il corpo inizia a bruciare prevalentemente il tessuto adiposo, con la produzione e il riversamento sanguigno di molecole chiamate chetoni.

Il digiuno terapeutico viene interrotto in modo progressivo, iniziando con l'assunzione di succhi e centrifugati, poi di frullati e vegetali in pezzi, giungendo fino all'assunzione di cereali e legumi. Talvolta, nei soggetti compromessi o che assumono determinati farmaci, il digiuno terapeutico non è mai completo, ma prevede sempre l'assunzione di succhi vegetali come spremute e centrifugati per ridurre lo stato di chetoacidosi.

L’obiettivo del digiuno terapeutico è anche “affamare il tumore”: in situazioni di ‘carenza energetica’ le cellule normali entrano in “modalità protettiva” abbassando la proliferazione cellulare, al contrario, le cellule tumorali perdono questa capacità, e restano quindi sensibili al trattamento chemioterapico.

Il Digiuno Intermittente Proposto dal Dott. Longo

La dieta del digiuno intermittente, conosciuta anche come dieta «mima digiuno», prevede l’assunzione controllata di proteine (11-14%), carboidrati (42-43%) e grassi (46%), per una riduzione calorica complessiva compresa tra il 34 e il 54% rispetto all’apporto canonico.

Sotto questa etichetta, rientrano due tipologie di dieta:

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  • La dieta 5:2 prevede che per cinque giorni alla settimana si possa mangiare assumendo tutti gli alimenti, senza eccezioni. Il periodo deve essere inframezzato da due giornate (tra loro non consecutive) in cui l’approvvigionamento energetico non deve essere superiore a un quarto di quello abituale: ovvero tra 500 e 600 Kilocalorie (200-250 a colazione e 300-350 a cena).
  • La dieta del digiuno intermittente quando si concentra l’assunzione di alimenti in un periodo variabile tra 6 e 8 ore (schema 16/8). Prima dell’inizio della giornata e dopo l’ultimo pasto, viene evitato anche il più piccolo spuntino, in modo da abituare l’organismo a vivere e a «lavorare» in condizioni di riduzione della sazietà. Così facendo, si evita anche di accumulare energia sul finire della giornata, cosa che accade invece a chi è abituato a cenare molto tardi, senza avere poi il tempo di smaltire l’energia accumulata poco prima di andare a letto.

L’obiettivo di questa dieta è allungare la vita.

Le evidenze più solide riguardano la preservazione di un corretto stato di salute delle cellule, a livello di tutti gli organi. Il processo è reso possibile dall’esaurimento delle riserve di glucosio e dal ricorso al grasso, come fonte energetica. Riducendo la glicemia, si riduce la risposta infiammatoria e aumenta la resistenza allo stress.

Nelle malattie ematologiche l’interazione tra digiuno e sistema immunitario potrebbe risiedere proprio in questo riposo dell’apparato digerente. La maggior parte dei contatti tra sistema immunitario e ambiente avvengono a livello intestinale e di conseguenza la minor stimolazione potrebbe determinare un “reset” dell’immunità con possibili effetti benefici (come la riduzione dell’infiammazione nelle patologie infiammatorie intestinali o nel diabete o il ripristino dell’immunità delle cellule T antitumorale).

Il digiuno intermittente secondo Veronesi ha finalità più mirate al miglioramento della terapia, cercando comunque strategie simili concettualmente, ma diverse, sulla realizzazione di una riduzione calorica per rendere più suscettibili le cellule tumorali alla terapia farmacologica. La dieta mima-digiuno di Longo potrebbe essere utile per migliorare lo stato di salute delle cellule e prevenire malattie degenerative. Potrebbe anche favorire il mantenimento della salute cerebrale e avere così un potenziale ruolo preventivo nei confronti di malattie quali l’ictus cerebrale, l’Alzheimer e il Parkinson.

Effetti del Digiuno sul Corpo

Il digiuno può essere benefico o nocivo in base ad alcuni fattori; ad esempio: durata, completezza dell’astensione alimentare o supporto nutrizionale, controllo medico, presupposti patologici per la sua applicazione ecc. Non tutte le forme di digiuno sono uguali; alcune risultano estremamente debilitanti ed immotivate, altre meno estenuanti e più razionali.

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Il digiuno, controllato o non controllato, terapeutico oppure no, risulta comunque molto stressante per il corpo e la mente. Tuttavia, la sua potenziale nocività dipende soprattutto dai parametri con i quali viene programmato, pertanto l’utilizzo indiscriminato su tutti i pazienti indipendentemente dal tipo e grado di malattia e dallo stato nutrizionale del paziente stesso, non può essere applicato. Un utilizzo non controllato può anche peggiorare lo stato di salute.

Cosa possiamo aspettarci dal digiuno?

  • Produzione di chetoni: sono sostanze potenzialmente tossiche, ma con la loro azione sul sistema nervoso centrale, riducono lo stimolo della fame. In alcuni casi, i chetoni possono provocare una sensazione di benessere generalizzato. Chi propone il digiuno terapeutico afferma che questa sensazione di benessere non è imputabile solamente alla chetosi, ma anche al riposo totale del tratto gastrointestinale.
  • “Lavaggio cellulare”: l’organismo possiede vari mezzi di eliminazione delle sostanze inutili o tossiche; tra questi, la bile, le feci, le urine, il sudore, il muco, la ventilazione polmonare, i capelli, i peli, le unghie. Il digiuno terapeutico consente di sfruttare questi meccanismi riducendo l’assunzione di sostanze tossiche presenti negli alimenti (ad esempio: mercurio, arsenico, piombo, diossina ed additivi alimentari). Anche questo potrebbe potenzialmente avere dei benefici sullo stato di salute generale del paziente, inducendo una migliore modulazione del sistema immunitario.
  • Ripristino della funzionalità papillare gustativa della lingua: che avviene attraverso un processo definito neuroadattamento. Questo effetto di “reset” percettivo dei gusti è molto utile per la successiva riorganizzazione della dieta (fase di mantenimento), che prevede l’utilizzo esclusivo di cibi freschi e poco conditi). In questo caso è utile per quei pazienti affetti anche da altre patologie croniche, dove il cambio di stile di vita potrebbe potenzialmente portare ad un beneficio a lungo termine o per gettare le basi di una prevenzione sulle possibili recidive.

Ci sono diversi aspetti da considerare prima di valutare l’adozione di un simile regime alimentare. Soprattutto all’inizio, poiché si verifica un drastico cambiamento delle proprie abitudini di vita, si può avere difficoltà a gestire la sensazione di fame e l’irritabilità che possono manifestarsi. Per questo motivo, come sempre quando ci si mette a dieta (in questo caso il dimagrimento non è il beneficio più rilevante), è fondamentale essere seguiti da uno specialista esperto. Questo anche perché, pur non trattandosi di un digiuno vero e proprio, un simile regime alimentare non è adatto a tutti e va in ogni caso seguito per un periodo limitato di tempo.

Tra le grandi incognite del digiuno vi è il rischio della malnutrizione, motivo per cui medici e ricercatori sconsigliano vivamente il ricorso al fai-da-te. Le alterazioni dello stato nutrizionale sono, infatti, estremamente frequenti tra i pazienti oncologici. La malnutrizione per difetto, caratterizzata dalla perdita di peso corporeo e di massa muscolare, è considerata una “malattia nella malattia” con cui convivono circa 33 milioni di persone in Europa. Essa riduce la tolleranza ai trattamenti, peggiora la qualità di vita e aumenta la mortalità.

Seppur ci siano molti ipotetici benefici su pazienti molto fragili, e in particolare nei pazienti oncologici, non ci sono dati incontrovertibili che per tutti possa andare bene e ancor meno dati sono presenti sui vantaggi nei tumori ematologici. Degli effetti del digiuno nei pazienti oncologici se ne discute da anni, senza che per questo la comunità scientifica sia giunta a un verdetto definitivo. Per ora il consiglio è una dieta antiinfiammatoria, sempre tenendo conto delle specifiche condizioni del paziente.

Il digiuno è un’arma straordinaria in prevenzione e non a caso è sempre stato praticato in tutte le culture tradizionali come strumento di depurazione. In terapia, invece, questa risorsa dovrebbe essere modulata caso per caso e mai adottata con un approccio fai da te o protocollata o standardizzata e sempre controllata da specialisti.

Come in altri ambiti delle scienze biomediche, anche la scienza della nutrizione si interroga sui vantaggi della personalizzazione. Sappiamo ad esempio che la dieta mediterranea è stata identificata come uno dei regimi alimentari più sani. Ma ovviamente non è l’unica che fa bene, nel mondo ve ne sono altre con le stesse caratteristiche di base e che possono soddisfare le esigenze di persone diverse in contesti differenti. La grande sfida è riuscire a scoprire che cosa dovremmo mangiare in base alle nostre caratteristiche individuali. Facciamo parte di una stessa specie, ma abbiamo caratteristiche individuali, legate a piccole ma fondamentali differenze nel DNA, corrispondenti a non più dello 0,1% di tutto il genoma.

La microbiomica si occupa del nostro microbiota intestinale, l’insieme dei microrganismi (circa mille miliardi di batteri, ma anche virus e funghi) che colonizzano il nostro intestino, senza danneggiarlo ma anzi svolgendo funzioni fondamentali. È un filone di ricerca che sta entusiasmando gli scienziati di tutto il mondo.

L’applicazione pratica della genomica nutrizionale alle malattie croniche complesse è una scienza emergente, e i test nutrigenetici per fornire consigli alimentari non sono pronti per la dietetica di routine. Serviranno ancora molte ricerche prima che un’alimentazione personalizzata possa offrire reali benefici.

Il Piatto Sano di Harvard

La Harvard School of Public Health ha elaborato un modello di «piatto sano»:

  • 1/2 verdura e frutta (in rapporto 2 a 1)
  • 1/4 cereali integrali
  • 1/4 proteine «sane» (quindi più frequentemente legumi e pesce)
  • olio extravergine (o altri oli vegetali in Paesi non mediterranei) come condimento
  • acqua come bevanda

La dieta mediterranea è uno stile di vita, più che un semplice elenco di alimenti. L'olio extravergine di oliva come condimento per eccellenza, da utilizzare prevalentemente a crudo (circa 3-4 cucchiai al giorno) assieme ad aglio, cipolla, spezie ed erbe aromatiche, al posto del sale, sono i condimenti migliori per i nostri piatti in stile mediterraneo. Da notare che le porzioni della piramide della dieta mediterranea sono riferite alla popolazione adulta. Per quanto riguarda la popolazione pediatrica esistono infatti versioni leggermente diverse che possono differire per il numero di porzioni e/o per i valori in grammi delle singole porzioni.

L’energia dai macronutrienti

Il nostro fabbisogno energetico varia in base al metabolismo basale, (il consumo di energia del nostro corpo a riposo) a ciò che mangiamo (alcuni alimenti richiedono più energia per essere “scomposti”) all’età e all’attività fisica quotidiana. inoltre si sono riscontrate numerose attività biologiche positive per il nostro organismo da parte di composti presenti quasi esclusivamente in alimenti di origine vegetale. Basta citare alcuni componenti che si dimostrano fondamentali per la prevenzione di molte malattie: le proprietà dei polifenoli contenuti in frutta, verdura nei semi e nell’olio extravergine di oliva, di pigmenti come i carotenoidi e di vitamine come la C e la E che funzionano da antiossidanti.

La Dieta delle Briciole di Enrico Veronese

«La dieta non si fa per cambiare: il processo è esattamente l'opposto»: La dieta delle briciole di Enrico Veronese parte da qui. È un libro in cui il noto nutrizionista spiega quello che dovrebbe essere sempre il punto di partenza: l'amore per noi stessi e la nostra salute.

Su questo si basa il suo “metodo”, e non a caso prende in prestito la metafora di Pollicino: procede a piccoli passi. «Bisogna essere graduali e costanti. Non bisogna pensare alla dieta come a un momento, ma come a un punto di partenza per acquisire abitudini da portarsi dietro sempre: cominciare a mangiare in modo sano ed equilibrato non serve banalmente a dimagrire, ma è fondamentale per vivere meglio, più sani e più a lungo» dice il dottor Veronese.

Perché le diete non funzionano?

«Le ragioni sono diverse. La prima è che si parte - come detto - da un assunto sbagliato e cioè che la dieta debba cambiarci, quando in realtà siamo noi a dover cambiare per affrontare una dieta rendendoci conto che siamo ospiti in un corpo che va curato anche con il cibo. L'altra ragione è che nella maggior parte dei casi la dieta viene percepita come privazione, autopunizione, perché così viene strutturata spesso dagli stessi esperti, dimenticandosi del piacere che è fondamentale. Tutto questo peraltro seguendo modelli impostati, tipo quelli dei sei giorni a dieta e un giorno “libero” che rischiano di peggiorare il rapporto dei pazienti con l'alimentazione. In questo modo le persone non imparano a volersi bene, soffrono e quindi smettono».

Perché nonostante la dieta non si perde peso?

«Le cause sono diverse. A mio modo di vedere la principale è che le diete non vengono strutturate nel modo corretto, e questo crea ripercussioni di vario tipo. Se si mangia meno del fabbisogno, il corpo consuma meno. O, peggio, si susseguono attacchi di fame che portano a mangiare ciò che non si dovrebbe quando non si dovrebbe, sentendosi “autorizzati” dal fatto di aver mangiato poco prima».

In cosa consiste il metodo della dieta delle briciole?

«Consiste nel fare piccoli passi, un po' per volta, per arrivare a grandi cambiamenti che nel lungo periodo portano a un risultato permanente: insegnano a nutrirsi in modo sano e bilanciato per sempre, rendendo un'alimentazione corretta parte della propria routine. Per rendere il messaggio più chiaro ho usato la metafora dei cassetti: sono più facili da riordinare un po' per volta, anziché porsi come obbiettivo l'intera cassettiera. Un esempio? Cominciate dalla colazione, abituatevi a farla bene e poi proseguite con lo spuntino di metà mattina, fino ad arrivare alla cena».

Cosa c'entrano le abitudini con la dieta?

«Per me ci sono tre passaggi fondamentali da mettere in pratica per imparare una volta e per tutte a mangiare bene: motivazione, azione, obiettivo. Ovvero si parte dal perché si vuole fare, si fa e ci si pone come obiettivo quello di stare meglio. Da questi tre passaggi passa la creazione delle abitudini: la progressione si basa proprio sul principio che non è la parte conscia che percepisce il modello, ma il nostro inconscio, che lo interiorizza con il tempo. Per questo, se si parte da un obiettivo difficile, non si raggiunge. Né si raggiunge se si pensa alla dieta come a un periodo limitato: in due mesi o tre un'abitudine non si consolida, perciò anche mangiare in modo corretto viene percepito come una forzatura».

Come si fa a mantenere il peso forma?

«Mantenendo abitudini sane: se impari a mangiare bene, se nel frattempo fai il giusto movimento, non accumuli grasso.

Il digiuno intermittente comporta la limitazione dell’assunzione giornaliera di cibo a una certa finestra di tempo. Per la perdita di peso, sapere cosa mangiare durante il digiuno intermittente farà la differenza. Il digiuno intermittente 16/8 comporta la limitazione dell’assunzione di cibi e bevande contenenti calorie a una finestra prestabilita di 8 ore al giorno. Puoi sperimentare e scegliere il periodo di tempo che meglio si adatta al tuo programma. Incorporare sia una dieta cheto che il digiuno intermittente può davvero accelerare i tuoi obiettivi di perdita di peso.

  • 1. Sì. Vanno bene acqua, caffè, tè e altre bevande non caloriche. Non aggiungere zucchero al tuo caffè.
  • 2. No. Il problema è che la maggior parte degli stereotipi che saltano la colazione hanno uno stile di vita malsano.
  • 3. Sì.
  • 4. Tutti i metodi di perdita di peso possono causare la perdita muscolare, motivo per cui è importante sollevare pesi e mantenere alto l’apporto proteico.

Questo ricercatore ha sviluppato un sistema nutrizionale, da rispettare per pochi giorni all'anno, che - secondo studi preliminari - potrebbe garantire un qualche beneficio in termini di aumento dell'aspettativa di vita e miglioramento dello stato di salute generale.

Da quasi due secoli la scienza medica moderna cerca la correlazione esistente tra dieta, miglioramento della salute e aumento dell'aspettativa di vita. I demografi rivelano che la prima "Blu Zone" al mondo - data aggiornamento settembre 2021 - sia proprio la regione Sardegna, collocata al centro del Bacino Mediterraneo. Spicca, in particolare, la provincia di Nuoro (con epicentro a Seulo, capoluogo dell'omonima sub regione sarda) dove gli uomini ultracentenari sono davvero numerosi. La persona più anziana al mondo - data aggiornato settembre 2021 - è tuttavia giapponese, della zona di Fukuoka; si chiama Kane Tanaka (data di nascita 2 gennaio 1903) ed ha ben 118 anni. La signora afferma di consumare prevalentemente riso, pesce e zupppe, regime tipico del Giappone meridionale.

Cosa hanno in comune queste popolazioni? Un maggior livello di attività motoria domestico e lavorativo (non parliamo quindi di sport, ma del movimento legato alla quotidianità), una dieta prevalentemente costituita da alimenti freschi del territorio - legata quindi alla loro stagionalità e disponibilità - e con alta importanza di quelli vegetali, una bassa densità energetica globale e la pressoché assenza di junk-food.

Attenzione però! Lo studio è iniziato con l'osservazione dei soggetti affetti dalla Sindrome di Laron, ovvero persone geneticamente prive dei recettori per l'ormone somatotropo (GH o somatotropina). Ciò che ha catturato l'interesse di Longo è il tipo di alimentazione e lo stile di vita di queste persone, che mangiano principalmente cibo fritto e praticano assiduamente il tabagismo e l'alcolismo.

Il rilascio di ormone della crescita è parzialmente influenzato dalla quantità di proteine alimentari. In seguito al ripristino della dieta consuetudinaria i valori tendono a normalizzarsi. Sulla base dei risultati, il prof. Consumare prevalentemente proteine di origine vegetale a discapito di quelle animali provenienti dalla carne e dai formaggi. Queste attiverebbero i geni promotori della crescita, dell'invecchiamento e talvolta della degenerazione (fino al cancro).

Verificare di essere idonei alla dieta mima digiuno: la dieta mima digiuno esercita una serie di effetti abbastanza radicali (riduzione ed espansione dei tessuti e degli organi, ad esempio il fegato e i muscoli). Non tutti sono in grado di tollerarla e, per certi individui, può risultare "disagevole". E' assolutamente sconsigliata a chi soffre di certe malattie.

Periodicamente (da 30 giorni a 4 mesi, in base al soggetto), seguire 5 giorni di alimentazione programmata: il dott Longo ha raccolto in una scatola tutti i cibi da consumare nell'arco di tempo in questione.

Longo ha inizialmente studiato gli effetti della dieta mima digiuno sui lieviti (S. cerevisiae), ottenendo in seguito conferme sulle cavie di laboratorio.

Analizzando lo studio in questione emergono potenziali lacune nella scelta del campione, che - seppur ben rappresentato per età e sesso - sembra piuttosto vago per quanto riguarda il peso dei soggetti arruolati e i relativi fattori di rischio cardiovascolare.

Una lacuna ancor più grave è l'assenza di un gruppo di controllo sottoposto a dieta identica per apporto calorico ma "normale" per composizione. Se questa comparazione fosse stata fatta, probabilmente si sarebbero ottenuti risultati analoghi nei due gruppi; infatti, la logica e l'esperienza suggerisono che la restrizione calorica in sé (e il conseguente dimagrimento) sia ben più importante rispetto alla composizione dietetica.

Ad esempio, uno studio sui Fulani - etnia nomade dell'Africa occidentale - che segue una dieta povera di calorie ma ricca di proteine animali e grassi saturi e uno stile di vita attivo - ha messo in luce un profilo lipidico indicativo di un basso rischio di malattie cardiovascolari.

Il fatto che la dieta preveda l'utilizzo di appositi prodotti commerciali (kit di "pasti pre-confezionati") solleva ulteriori dubbi circa l'imparzialità della magnificazione mediatica dei presunti - e tutti da dimostrare!

Anzitutto, il calo ponderale è parzialmente dovuto alla disidratazione e allo svuotamento delle riserve di glicogeno muscolare ed epatico. Ciò significa che pur essendo tendenzialmente benefica, la dieta mima digiuno si rivela anche debilitante. In secondo luogo, l'aumento dei corpi chetonici è imputabile ad una condizione di ipoglicemia e ossidazione lipidica. Potenzialmente tossici, questi composti sono il frutto di un metabolismo cellulare compromesso/incompleto (per la carenza di glucosio). Il cervello funziona solo "a zuccheri" (non è in grado di ossidare i grassi), ma può utilizzare i corpi chetonici, anche se in quantità limitate.

Il GH (di conseguenza IGF-1) partecipa alla crescita e al ricambio di tutti i tessuti nell'organismo. I suoi effetti sono del tutto fisiologici e non vanno considerati negativi; basti pensare che il picco di GH avviene nel periodo dello sviluppo fisico in giovane età, quando le malattie croniche e i tumori risultano statisticamente più rari.

Il segreto è invertire il processo: non devi fare una dieta perché vuoi cambiare; devi prima cambiare per poter fare la dieta e mantenerla nel tempo. Non sei tu che devi adattarti alla dieta, ma la dieta che si adatta a te. Non parliamo di privazione, ma di compensazione. I comportamenti non ottimali vengono sostituiti con routine e abitudini corrette. La dieta personale viene realizzata con alimenti comuni e semplicemente reperibili, conciliabile con la famiglia e ti consentirà una vita sociale, affettiva e lavorativa.

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