Il controllo glicemico è molto importante. La glicemia nei limiti di tolleranza è essenziale alla sopravvivenza. L'organismo umano possiede un sistema di regolazione intrinseco che consente di mantenere relativamente costante la glicemia durante l'arco della giornata. Mantenere costante la glicemia è importante per assicurare il normale apporto energetico al cervello. A differenza di altri organi e dei muscoli il cervello non è in grado di immagazzinare riserve di glucosio dalla cui disponibilità dipende direttamente. Inoltre sia valori troppo bassi di glicemia (ipoglicemia) che valori troppo alti (iperglicemia) sono potenzialmente pericolosi per l'organismo e, se protratti per lunghi periodi.
La Relazione tra Glicemia e Peso Corporeo
L'incremento glicemico è massimo per i carboidrati, medio basso per le proteine e minimo per i grassi. Nei soggetti gravemente insulino-resistenti, l'iperglicemia e l'iper-insulinemia croniche determinano gravi compromissioni metaboliche e un progressivo declino funzionale delle cellule ß del pancreas (quelle deputate alla produzione di insulina). Eppure, soprattutto in caso di diabete di tipo I, possiamo assistere a livelli elevati di glicemia in concomitanza al calo del peso corporeo. Questo avviene perché, siccome il glucosio non riesce ad entrare dentro le cellule per nutrirle, esse tendono ad utilizzare più acidi grassi, mentre il glucosio tende ad essere eliminato con le urine.
La mancanza (diabete di tipo I) o la carenza (diabete di tipo II) di insulina non consente al glucosio presente nel sangue di dare energia alle cellule, inoltre, la sovrapproduzione di glucagone (diabete di tipo I e diabete di tipo II) porta ad invertire il flusso, causando il passaggio di glucosio dalle cellule al sangue. La conseguenza principale è un importante incremento della glicemia, inoltre, quando la concentrazione di glucosio nel sangue va oltre la soglia di 180 mg/dL, i reni non riescono a trattenere ulteriori quantità di zucchero che si riversano nelle urine, incrementandone il volume, portando alla cosiddetta “poliuria”.
Questa situazione da un lato causa nell’organismo l’esigenza di sostituire i liquidi persi, bevendo molto frequentemente (polidipsia) e all’altro determina un progressivo dimagrimento. La perdita di peso è quindi causata non solo dall’eliminazione, attraverso l’urina, di una grande quantità di scorte energetiche (zuccheri), ma anche dalla progressiva diminuzione dei grassi di deposito, usati dal corpo per ottenere energia: esso ricorre alla trasformazione dei grassi in corpi chetonici, come fa solitamente normalmente durante il digiuno.
I Rischi della Chetoacidosi
I rischi La produzione di corpi chetonici in queste condizioni è superiore alle necessità fisiologiche, ciò porta ad un loro accumularsi nel sangue, fino al riversarsi nelle urine e in parte ad essere eliminati attraverso il respiro, dando all’alito un odore acetonemico. L’incremento dei corpi chetonici nel sangue può essere molto pericoloso per l’organismo, perchè sono sostanze acide che, quando al di sopra delle quantità necessarie, possono modificare il PH plasmatico (cheto-acidosi), alterando l’ambiente ideale in cui hanno luogo le reazioni chimiche, fino a portare disturbi come dolore e crampi, fino a, nei casi più acuti, stato confusionale e coma.
Leggi anche: Le cause del dimagrimento eccessivo
Diabete di Tipo 2 e Perdita di Peso: Una Possibile Remissione
Diabete di tipo 2: perdere peso per guarire?Il diabete di tipo 2, una delle malattie più diffuse in occidente, può essere sconfitto grazie ad una significativa perdita di peso. Secondo un nuovo studio, seguire una dieta fortemente ipocalorica per 8 settimane può invertire la malattia, riportando la concentrazione di glucosio nel sangue a livelli normali. Un risultato incredibile che mette in discussione l’idea che il diabete di tipo 2 sia una condizione cronica e irreversibile.
La ricerca, condotta da un team di ricercatori delle Università di Newcastle e Glasgow (Regno Unito) e della Lagos State University (Nigeria), è stata pubblicata sulla rivista Diabetes Care.Il diabete mellito è una malattia cronica del metabolismo causata da un difetto nella produzione o nell’azione dell’insulina. Le più comuni forme di diabete sono quello di tipo 1 e quello di tipo 2. Il diabete di tipo 1 è causato dalla distruzione delle cellule del pancreas che producono l’insulina ed è caratterizzato da una carenza assoluta di questo ormone. Quello di tipo 2, detto anche diabete non insulino-dipendente, è causato da una insufficiente produzione di insulina da parte del pancreas o da una inadeguata risposta ad essa.
In entrambi i casi le cellule dei vari organi vengono private dell’energia necessaria al loro funzionamento; inoltre, l'aumento della glicemia, cioè il livello di glucosio nel sangue, provoca una serie di danni a carico di vari organi ed apparati. Il diabete di tipo 2 rappresenta il 90-95% di tutti i casi di diabete. Si presenta in genere in età adulta e in particolare la malattia interessa le persone che hanno superato i 60 anni di età. Negli Stati Uniti il 9,2% della popolazione è affetto da diabete di tipo 2. Gli italiani colpiti superano i 3 milioni.
Una serie di geni possono favorire la comparsa del diabete, oltre ad altre condizioni che ne aumentano il rischio di insorgenza, tra cui: diabete gestazionale, alimentazione scorretta troppo ricca di grassi e zuccheri, fumo di sigaretta, eccessivo consumo di alcol, sedentarietà, età. Il diabete può dare complicanze che possono essere anche invalidanti o mortali, questo rischio può essere minimizzato mantenendo costantemente un buon controllo della glicemia e degli altri fattori di rischio, quali l'ipertensione e il colesterolo alto. Nel trattamento del diabete tipo 2 un ruolo fondamentale interessa la dieta e l'attività fisica.
La maggior parte dei casi di diabete di tipo 2, infatti, possono essere riconducibili all’obesità e a una vita troppo sedentaria. Quando la correzione degli stili di vita non basta a controllare la malattia, è necessario ricorrere alle terapie farmacologiche. Molti di questi farmaci, come la metformina, servono a sensibilizzare l’organismo a rispondere in maniera più efficace all’insulina, oppure stimolano la secrezioni di insulina da parte del pancreas. Sebbene con questi accorgimenti la glicemia possa essere mantenuta sotto controllo, il diabete tipo 2 è generalmente considerato come una condizione cronica inguaribile.
Leggi anche: Quando Preoccuparsi per il Dimagrimento
Studio "The Diabetes Remission Clinical Trial"
Secondo il nuovo studio, durato 5 anni, “The Diabetes Remission Clinical Trial”, una dieta a bassissimo contenuto calorico potrebbe invertire il diabete mellito di tipo 2 e far tornare la concentrazione di glucosio nel sangue alla normalità. La remissione della patologia è stata osservata nel 40% dei partecipanti alla ricerca, che hanno seguito per otto settimane un programma dietetico ed è rimasta stabile per almeno altri sei mesi. Come ha spiegato uno degli autori dello studio, il professor Roy Taylor, i risultati hanno chiaramente indicato che quando il grasso corporeo totale è apparso diminuito a causa della dieta, i pazienti avevano immagazzinato una normale quantità di grasso sotto la pelle e la glicemia era tornata alla normalità. Mantenendo il peso sotto controllo anche dopo le settimane di trattamento, il glucosio non era aumentato di nuovo.
Lo studio, sostenuto economicamente da una borsa di beneficenza da parte della Diabetes UK, ha coinvolto 30 soggetti colpiti da diabete di tipo 2 (da pochi mesi o da anni) i quali hanno seguito una una dieta a bassissimo contenuto calorico per 8 settimane. In particolare, ai partecipanti è stato fornito un prodotto, creato una nota azienda alimentare, da assumere tre volte al giorno, contenente il 43% di carboidrati, il 34% di proteine e il 19,5% di grassi, con un contenuto calorico tale da fornire 624 kcal al giorno. Dopo 8 settimane di trattamento i pazienti hanno seguito una dieta isocalorica normale. All’inizio dello studio ogni soggetto ha interrotto l’uso di tutti i farmaci orali.
Dodici dei partecipanti hanno raggiunto un valore di glicemia a digiuno inferiore a 7mmol per litro, subito dopo il ritorno alla dieta isocalorica, e tredici soggetti hanno ottenuto questo risultato dopo sei mesi. Il peso medio era sceso da 98 kg a 83,8 kg durante il periodo di trattamento ed era rimasto di 84,7 kg dopo sei mesi.
Secondo il professor Taylor, i risultati ottenuti dimostrano che il diabete di tipo 2 può ora essere interpretato come una sindrome metabolica potenzialmente reversibile, attraverso la sostanziale perdita di peso, e questo è un importante cambiamento di un paradigma, soprattutto in un’era in cui il diabete ha raggiunto proporzioni epidemiche. Il prossimo passo sarebbe quello di vedere quale percentuale di persone con diabete di tipo 2 vorrebbe avvalersi di tale trattamento, e se la dieta può avere benefici a lungo termine. Sempre secondo il professor Taylor, infatti, non tutte le persone colpite dalla malattia, sarebbero disposte a modificare la propria alimentazione, ma per quelle che lo faranno, la salute metabolica ha buone probabilità di essere recuperata.
Remissione del Diabete: Uno Studio nel Regno Unito
I partecipanti, arruolati tra il 2002 e il 2006 da 49 medici della medicina generale dell’est dell’Inghilterra, sono stati randomizzati ad un gruppo di intervento, che ha ricevuto un ulteriore supporto o al gruppo di controllo basato sulla “cura abituale”. Il peso, l’attività fisica, la dieta e il consumo di alcool dei partecipanti sono stati valutati al basale e a 1 anno. A 5 anni di follow-up, sono stati valutati il peso e l’emoglobina glicata (HbA1c) di 730 persone (84%).
Leggi anche: L'Importanza delle Proteine
Le persone che hanno perso almeno il 10% del loro peso corporeo nel primo anno dopo la diagnosi di diabete avevano maggiori probabilità di ottenere una remissione a cinque anni rispetto a quelli con peso stabile o in aumento. Nei successivi quattro anni (cioè tra la fine del primo anno e la fine dello studio quinquennale), una perdita di peso di almeno il 10% era associata a più del doppio della possibilità di remissione del diabete al follow-up a 5 anni. L’ampiezza dello studio permette di considerare generalizzabili i suoi risultati alla più ampia popolazione del Regno Unito che soffre di diabete.
Farmaci Anti GLP-1: Un Nuovo Approccio al Trattamento del Diabete e dell'Obesità
Negli ultimi anni, alcuni farmaci, sviluppati per il trattamento del diabete di tipo 2, hanno dimostrato di essere efficaci anche nel favorire la perdita di peso. I medicinali, noti come agonisti del recettore GLP-1, hanno attirato l’attenzione non solo della comunità scientifica, ma anche dei media e dell’opinione pubblica.
Cosa sono i farmaci anti GLP-1 e come funzionano
I farmaci agonisti del recettore GLP-1 imitano l’azione di un ormone prodotto naturalmente dall’intestino, il glucagon-like peptide-1, che regola la glicemia e l’appetito. Si tratta di diverse molecole in grado di stimolare la secrezione di insulina e di ridurre allo stesso tempo il rilascio di glucagone, un ormone secreto anch’esso dal pancreas, che aumenta i livelli di zucchero nel sangue. Tra gli effetti indiretti di questi farmaci vi è un rallentamento dello svuotamento gastrico e un aumento del senso di sazietà. Nell’insieme questi farmaci aiutano a tenere sotto controllo la glicemia nei pazienti con diabete di tipo 2 e, allo stesso tempo, a ridurre il peso corporeo.
Quali farmaci anti GLP-1 sono disponibili
I principi attivi oggi maggiormente utilizzati sono:
- semaglutide, meglio conosciuto con il nome commerciale Ozempic per il diabete e Wegovy per la perdita di peso;
- liraglutide, con il nome commerciale di Victoza per il diabete e di Saxenda per la perdita di peso;
- tirzepatide commercializzato come Mounjaro per il diabete e Zepbound per la perdita di peso), al momento approvato solo negli Stati Uniti.
Per chi sono indicati
In Europa e negli Stati Uniti, i farmaci anti GLP-1 sono approvati per pazienti con diabete di tipo 2 che necessitano di migliorare il controllo glicemico. Inoltre, sono approvati per gli adulti con obesità (con indice di massa corporea ≥30) oppure in sovrappeso (con indice di massa corporea ≥27) associato ad almeno una comorbidità, tra cui ipertensione, dislipidemia o apnea del sonno.
La prescrizione per la perdita di peso richiede l’assenza di controindicazioni e deve essere accompagnata da modifiche dello stile di vita, che prevede di seguire un’alimentazione varia ed equilibrata e svolgere attività fisica regolare.
Quanto aiutano a perdere peso (e a migliorare la salute)
I risultati degli studi clinici più recenti sul tema hanno dimostrato che i farmaci anti GLP-1 non solo favoriscono una perdita di peso significativa, ma hanno anche effetti benefici su diversi aspetti della salute metabolica.
Nello studio SURMOUNT-3, i cui dati sono stati pubblicati nel 2024, le persone trattate con tirzepatide hanno perso in media il 26,6% del loro peso corporeo dopo 72 settimane dall'inizio della terapia. Il gruppo che ha ricevuto un farmaco placebo ne ha perso invece solo il 3,8%. Risultati simili sono stati osservati nello studio SURMOUNT-4, con una riduzione del 26% del peso, anche senza ricorrere a programmi intensivi di dieta ed esercizio fisico. Nello studio STEP 1, la semaglutide ha portato a una perdita di circa il 15% del peso corporeo in 68 settimane.
In una review del 2025, pubblicata sulla rivista Diabetes, Obesity and Metabolism, si è invece confrontata la semaglutide con la tirzepatide. Nei pazienti con diabete di tipo 2, la tirzepatide ha portato a una perdita di peso media di 11,2 kg, mentre la semaglutide a una diminuzione di 9,6 kg. Nelle persone senza diabete, le differenze sono risultate ancora più marcate a favore di tirzepatide. Gli autori sottolineano inoltre che, se il trattamento viene interrotto, il peso tende a risalire progressivamente, segnalando che l’obesità è una condizione cronica che richiede strategie di lungo periodo.
Oltre alla riduzione del peso, alcuni studi hanno mostrato benefici aggiuntivi. Lo studio SELECT, pubblicato nel 2023, ha evidenziato che la semaglutide può ridurre del 20% circa il rischio di sviluppare patologie cardiovascolari gravi, come infarto e ictus, in persone con obesità e malattie cardiovascolari preesistenti, indipendentemente dalla presenza di diabete.
In una review pubblicata nel 2025 sulla rivista JHEP Reports, gli autori hanno invece evidenziato che la semaglutide e la tirzepatide possono migliorare i parametri epatici in persone con steatosi epatica associata a disfunzione metabolica (MASLD), riducendo la steatosi e migliorando gli enzimi del fegato. Questi risultati aprono la strada a un possibile ruolo dei farmaci anti GLP-1 nella gestione delle complicanze epatiche dovute all’obesità.
Infine, in una review pubblicata nel 2025 sull’European Journal of Pharmacology, alcuni ricercatori hanno analizzato i dati di diverse metanalisi riguardanti adulti non diabetici con obesità o sovrappeso. I risultati hanno confermato che i farmaci anti GLP-1 possono portare a una perdita di peso significativa, un miglioramento di diversi parametri metabolici e una riduzione del rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 nelle persone predisposte.
Quali sono gli effetti collaterali
Gli effetti collaterali più comuni di questi farmaci sono nausea, vomito, diarrea e costipazione, generalmente di entità lieve e transitori, che si manifestano soprattutto nei primi mesi dopo l’inizio del trattamento.
Tra gli effetti indesiderati rari si possono ricordare infiammazioni del pancreas (pancreatite) e calcoli biliari.
Questi farmaci non sono adatti a tutti. Sono infatti sconsigliati in caso di storia familiare di carcinoma midollare della tiroide o in persone con gravi disturbi gastrointestinali.
Perché se ne parla così tanto
L’efficacia nella perdita di peso, unita alla popolarità sui social media perché utilizzati da molte celebrità, ha generato un’alta richiesta di questi farmaci, sollevando diversi interrogativi etici e sanitari, in particolare su come gestire l’equità di accesso a trattamenti innovativi molto richiesti e su quanto sia opportuno utilizzarli per fini estetici.
Tra il 2023 e il 2024 si è verificata una carenza temporanea di scorte a livello internazionale. In diversi Paesi, tra cui l’Italia, le farmacie hanno segnalato difficoltà nel reperire i medicinali, con conseguenze per i pazienti con diabete di tipo 2 che li utilizzavano per il controllo della glicemia. In alcuni casi, le agenzie regolatorie come AIFA ed EMA hanno raccomandato di dare priorità di accesso a chi aveva reali necessità cliniche, scoraggiando l’uso improprio o non autorizzato.
Cosa aspettarsi per il futuro
La ricerca su questi farmaci continua: sono in corso studi su nuove molecole e combinazioni più efficaci. Eppure, negli ultimi tempi si è parlato molto di questi medicinali con non poche preoccupazioni. L’agenzia Italiana del Farmaco (Aifa), per prima, ha lanciato l’allarme, poiché questi farmaci, importanti per chi soffre davvero di diabete, diventano sempre più difficili da trovare. Sono gli agonisti del peptide 1 (GLP-1ra), composti simili agli ormoni (naturalmente presenti nel nostro organismo), sviluppati originariamente per il trattamento del diabete di tipo 2 (forma associata a insulino-resistenza, sovrappeso, ipertensione e familiarità, che tende a comparire prevalentemente in età avanzata), che inducono una significativa perdita di peso, con effetti collaterali per lo più gestibili.
La semaglutide imita il comportamento del GLP-1, un ormone prodotto dall’intestino che ha il compito di stimolare la produzione di insulina e inibire quella di glucagone (un ormone che fa aumentare il livello di zuccheri nel sangue quando la glicemia è bassa), aiutando ad abbassare i livelli di zucchero nel sangue. Gli effetti della semaglutide sono inoltre significativi dal punto di vista del controllo della fame e della sazietà, riducendo l’appetito e favorendo la perdita di peso, in quanto gli ormoni che questi farmaci mimano fanno parte di questi complessi sistemi di controllo.
Gli effetti collaterali sono legati perlopiù all’azione del farmaco stesso e sono nausea, vomito e diarrea che possono essere frequenti in un’ampia fetta di pazienti, in particolare alle prime somministrazioni.
Associazione tra Riduzione del Peso e Remissione del Diabete
Una review evidenzia il ruolo cruciale della perdita di peso corporeo nella gestione del diabete di tipo 2 e nella riduzione del rischio di complicanze correlate al diabete 27 Giugno 2025 Medicina Quale relazione quantitativa esiste tra calo ponderale e remissione del diabete di tipo 2? A questa domanda ha cercato di dare una risposta uno studio apparso su Lancet Diabetes and Endocrinology a prima firma di Sarah Kanbour, dell’AMAN Hospital, di Doha, in Qatar.
I ricercatori hanno condotto una revisione sistematica e meta-regressione, secondo le linee guida Cochrane e PRISMA, per esaminare, sintetizzare e riportare in modo sistematico le prove globali provenienti da studi randomizzati controllati, condotti su individui con diabete di tipo 2 e sovrappeso o obesità.L’esito era la percentuale di partecipanti con remissione completa del diabete (HbA1c <6,0% [42 mmol/mol] o glicemia a digiuno [FPG] <100 mg/dL [5,6 mmol/L], o entrambi, senza uso di farmaci ipoglicemizzanti) o remissione parziale del diabete (HbA1c <6,5% [48 mmol/mol] o FPG <126 mg/dL [7,0 mmol/L], o entrambi, senza uso di farmaci ipoglicemizzanti) almeno un anno dopo un intervento sulla perdita di peso corporeo.
Sono state individuate 22 pubblicazioni pertinenti, che comprendevano 29 misure di esito di remissione completa del diabete e 33 misure di esito di remissione parziale.
La percentuale media complessiva dei partecipanti con remissione completa a un anno dall’intervento era dello 0,7% (IC al 95%: 0,1-4,6) in quelli con una perdita di peso corporeo inferiore al 10%, del 49,6% (40,4-58,9) in quelli con una perdita di peso corporeo del 20-29% e del 79,1% (68,6-88,1) in quelli con una perdita di peso corporeo pari o superiore al 30%; nessuno studio ha riportato una remissione completa con una perdita di peso corporeo del 10-19%.
La percentuale media complessiva di partecipanti con remissione parziale a un anno dall’intervento era:
- 5,4% (IC al 95%: 2,9-8,4) in quelli con una perdita di peso corporeo <10%
- 48,4% (36,1-60,8) in quelli con una perdita di peso corporeo del 10-19%
- 69,3% (55,8-81,3) in quelli con una perdita di peso corporeo del 20-29%
- 89,5% (80,0-96,6) in quelli con una perdita di peso corporeo ≥30%.
Tabella: Remissione del diabete in base alla perdita di peso
| Perdita di peso corporeo | Remissione completa | Remissione parziale |
|---|---|---|
| < 10% | 0.7% | 5.4% |
| 10-19% | Nessuno studio | 48.4% |
| 20-29% | 49.6% | 69.3% |
| ≥30% | 79.1% | 89.5% |
Correlazione tra perdita di peso e remissione
È stata osservata una forte associazione positiva tra la riduzione del peso corporeo e la remissione. Per ogni punto percentuale di diminuzione, la probabilità di raggiungere la remissione completa aumentava di 2,17 punti percentuali (IC al 95%: 1,94-2,40) e la probabilità di raggiungere la remissione parziale aumentava di 2,74 punti percentuali (IC al 95%: 2,48-3,00).
Non sono state osservate associazioni significative o apprezzabili tra età, sesso, etnia, durata del diabete, BMI basale, HbA1c, uso di insulina o tipo di intervento di perdita di peso corporeo e remissione.