Iniziamo esplorando il concetto di una routine quotidiana di buone abitudini basata su ampie finestre orarie di digiuno (più noto come digiuno intermittente) che può aiutare a prevenire patologie, a mantenersi longevi e perdere peso.
Satchin Panda è tra i massimi esperti mondiali di ritmi circadiani.
L’autore inizia le sue considerazioni ricordando momenti felici dell’infanzia in India, con i nonni che si svegliavano all’alba, lavoravano tutto il giorno all’aria aperta, stancandosi fisicamente e mangiando prima del calar del sole.
L’esperienza infantile lo ha fatto riflettere sul fatto che per secoli e millenni l’essere umano ha adottato ritmi di questo tipo, in totale armonia con la natura ed i suoi cicli.
Osservando i turnisti, ossia i lavoratori costretti a turni di lavoro anche notturni, si è reso conto che l’alterazione della routine di assunzione del cibo provocava diversi e numerosi disturbi fisici e dell’umore.
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Il concetto in parole povere, che il ricercatore ripete più volte come nello stile della manualistica americana, è di adottare quanto più possibile una stessa routine quotidiana: alzarsi presto, se possibile fare esercizio fisico (altrimenti nel tardo pomeriggio), e calcolare una finestra oraria per consumare il cibo dalla colazione alla cena che si concluda entro 8, 10 o al massimo 12 ore.
Queste abitudini consentono di dormire bene la notte, svegliarsi freschi e in forma, essere sani e attivi.
Oppure si può iniziare con una finestra oraria di 12 ore per una settimana, poi scendere le settimane successive a 11, 10 ore e così via.
La Dieta Mediterranea: Storia e Realtà
L’espressione dieta mediterranea è nata con riferimento alla situazione alimentare del Mezzogiorno d’Italia e di alcune aree del Mediterraneo in ambito medico-nutrizionista tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta.
Nel 1948 uno studio condotto a Creta per conto della Rockfeller foundation (Allbaug 1953; Fischler 1996) aveva gettato le basi per la costruzione di un regime alimentare mediterraneo efficace per prevenire determinate malattie.
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La promozione di un ‘regime mediterraneo’, contrapposto ai modelli alimentari di tipo ‘continentale’ dei Paesi industrializzati occidentali, si era affermato con le indagini del biologo e fisiologo Ancel Keys che, a partire dal 1952, mise in relazione consumi alimentari ‒ in particolare l’eccesso di grassi animali ‒ e fattori di rischio di aterosclerosi in sette Paesi.
Grazie a ricerche condotte a partire dal 1957 in Grecia, a Creta e nel Mezzogiorno d’Italia (a Nicotera in Calabria e a Pioppi, frazione di Pollica, nel Cilento), Keys e altri studiosi, tra i quali un ruolo centrale ebbe Flaminio Fidanza, segnalarono come il tradizionale modello alimentare svolgesse una funzione preventiva per le malattie cardiovascolari.
Anche le ricerche effettuate da Euratom nel 1962 a Montescaglioso, Pomarico, Bernalda e Policoro (Matera) individuarono una tipologia alimentare che si può ritenere paradigmatica della dieta mediterranea.
Biologi, nutrizionisti, medici che si ispiravano a Keys, segnalarono, a partire da allora, come un’alimentazione mediterranea ‒ ricca di cereali, legumi, frutta e verdura, con una significativa presenza di pesce fresco e pasta, con una percentuale bassa di prodotti di origine animale come formaggi e uova, ma povera di grassi saturi, con olio di oliva come principale condimento ‒ fosse la più adatta a contrastare malattie degenerative, legate a modelli di vita delle società industriali avanzate, in maniera particolare le affezioni cardiovascolari, il diabete, il cancro.
Nel periodo in cui veniva costruito il modello della dieta mediterranea le popolazioni conoscevano ancora situazioni di disagio alimentare e si apprestavano a fare scelte che le avrebbero allontanate da un regime considerato precario e insufficiente.
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Massimo Cresta, uno dei maggiori studiosi dell’alimentazione nelle regioni meridionali e dei Paesi africani analizza i consumi alimentari a Rofrano nel Cilento, in un periodo che va dal 1954 al 1995.
Il lavoro svolto sul territorio da Cresta e dai vari medici e collaboratori durante il primo anno venne filmato dall’Istituto Luce che ne realizzò un prezioso documentario (Inchiesta alimentare a Rofrano, 1954, regia di Virgilio Tosi) oggi fortunatamente fruibile in rete.
Nelle sue numerose monografie, frutto di ricerche compiute con studiosi di varie discipline (Eugenio Cialfa, Gabriella Barberini, Pierluigi Calandra, Piero Passarello, Francesco Vecchi e altri), Cresta esamina, dunque, con riferimento alla prima metà del Novecento e agli anni Cinquanta, le relazioni tra malessere alimentare e sociale, condizioni ambientali, anomalie dello sviluppo, situazione biologica degli individui.
Così commenta a conclusione di una rilevazione sistematica e continuata nell’arco di quarant’anni, i risultati di certe indagini, probabilmente, troppo enfatizzate e pubblicizzate: «Quanta delusione per i nutrizionisti di oggi, cultori della “dieta mediterranea”, pensare che la “dieta del Mediterraneo” che si consumava in “terre come il Cilento” non era a base di olio di oliva e di frumento, ma di castagne, granturco, e grasso di maiale» (M. Cresta, Va camminannu cu’ l’uocchi spierti.
Una breve storia dell’alimentazione e di altre cose di una comunità montana del Cilento.
Rofrano 1954-1995, 1995, pp.
Diverse ricognizioni sui consumi alimentari condotte dall’Istituto nazionale della nutrizione alla fine degli anni Novanta hanno contribuito a mostrare come i meridionali si fossero allontanati dalle precedenti abitudini, e avessero abbandonato, nonostante i revival e le mitizzazioni in voga, quella dieta mediterranea che veniva promossa e proposta in vari modi.
Dagli anni Sessanta, nelle regioni meridionali era aumentato significativamente il consumo di carne, pesce, grassi, zuccheri, mentre era diminuito il consumo di pane, pasta, cereali, verdure, olio.
Gli studiosi - soprattutto medici, biologi, nutrizionisti - hanno sottolineato i risvolti positivi (dietetici, psicologici, sociali e culturali) di tali trasformazioni.
L’uscita da condizioni di sofferenza e di fame ha comportato anche alcuni risvolti negativi e preoccupanti.
I migliorati consumi alimentari, l’invecchiamento della popolazione, la diminuita attività fisica degli individui sono stati la causa, da un punto di vista nutrizionale, di uno squilibrio tra bisogni e apporti energetici, con gravi conseguenze per la salute.
La scomparsa del tradizionale equilibrio e l’abbandono di un antico stile di vita hanno contribuito a creare situazioni di difficoltà metaboliche nell’organismo dell’uomo della sponda nord del Mediterraneo (The road of food habits in the Mediterranean area between biology and culture, 1998).
Poiché il peso corporeo degli individui è aumentato più della statura si è verificata una condizione di sovrappeso, prima quasi inesistente ed eccezionale.
L’obesità è diventata quindi uno dei principali problemi di natura alimentare, a causa delle malattie a essa collegabili.
Si sono manifestate altre sindromi della ‘malattia del benessere’ e di una ‘malnutrizione per eccesso’: il diabete, la maggiore facilità a contrarre infezioni, l’aterosclerosi, le retinopatie, la patologia renale, la neuropatia diabetica e le ulcere ai piedi.
Nel 2004 Keys è stato insignito della Medaglia al merito alla salute pubblica dello Stato italiano.
Nel 2010 l’UNESCO (United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization) ha proclamato la dieta mediterranea patrimonio immateriale culturale dell’umanità.
Una ricerca condotta dal Ministero della Salute dal 2008 al 2010 ha registrato come in Campania, nell’area dei comuni di Pompei, Scafati, Castellammare di Stabia, Torre Annunziata, ci fosse un elevato numero (probabilmente il più alto in Italia) di ragazzi e ragazze di età compresa tra i 9 e gli 11 anni con problemi di sovrappeso e di obesità.
Si sono individuati come responsabili: un regime alimentare scorretto, le modalità non equilibrate di preparazione e di consumo di alimenti e bevande, orari e scansioni disordinate nell’assunzione dei pasti, consumo molto elevato di prodotti e alimenti industriali con esagerato apporto calorico e basso contenuto proteico.
Il concatenarsi di questi elementi, che determinano sovrappeso e obesità, soprattutto tra i ceti meno abbienti, rappresenta un rischio fortissimo per l’insorgenza di patologie e gravi scompensi salutari durante tutto l’arco della vita.
I costi individuali sono elevatissimi, e quelli sociali insostenibili, in quanto le diverse patologie che ne conseguono (diabete, ictus ecc.) incidono notevolmente sulla spesa sanitaria della regione.
Anche la Calabria, che è la regione che contende alla Campania una sorta di copyright della dieta mediterranea, naviga nelle acque turbolente delle malattie da benessere alimentare e da pratiche proprie delle società opulente, come veniva segnalato già alla fine del secolo scorso.
Sui quotidiani e sulle riviste nazionali accanto ad articoli in cui viene esaltata la cucina siciliana famosa in tutto il mondo per i suoi ingredienti genuini e i suoi prodotti biologici, basilari per la dieta mediterranea, se ne trovano altri in cui si lancia l’allarme per l’obesità che nell’isola colpisce i più giovani.
Le conclusioni di biologi, medici, dietologi, che affrontano il problema dell’obesità e delle malattie cardiovascolari e circolatorie presenti al Sud, portano all’idea che, negli ultimi decenni, le popolazioni si sarebbero allontanate da una dieta mediterranea tradizionale, praticata fin dall’antichità.
Una tesi che si vuole svolgere in questo saggio è che gli attuali comportamenti alimentari non costituiscono alcun tradimento di una dieta mediterranea, che non ha molti fondamenti nella realtà del passato e che appare una costruzione mitica grazie alla quale proporre un modello mai esistito, esaltato e indicato come una sorta di panacea.
Il modello attuale della dieta mediterranea non corrisponde alla realtà storica di nessuna area geografica del Mediterraneo.
Ancora nella prima metà del Novecento e fino agli anni Cinquanta le popolazioni meridionali presentavano un regime alimentare a base di pane di mais, patate, pomodori, peperoni, legumi, e per il condimento usavano il grasso di maiale.
La ‘trinità mediterranea’ (olio, grano e vino) restava un’eredità pesante, che caratterizzava, però, la cucina dei ricchi e soltanto i sogni dei ceti popolari.
Il condimento con il ‘grasso porcino’ ebbe quasi dovunque una significativa e non breve fortuna.
In molte zone interne e montane del Sud i contadini poveri consumavano grasso di maiale e mangiavano ‘erbe mal condite’ ancora dopo la Seconda guerra mondiale.
In Abruzzo, Molise, Campania e Calabria ancora nei primi anni del Novecento venivano segnalati sia olii mal confezionati o avariati sia grasso di maiale rancido.
Niceforo, come gli altri studiosi dell’epoca, considerava la carne la sostanza alimentare per eccellenza e il basso consumo di essa la causa della depressione fisica e psicologica delle popolazioni latine.
Il consumo della carne era massimo al Nord e minimo al Sud.
Le numerose indagini statistiche da lui citate (in particolare quelle di Enrico Raseri del 1879) mostravano come nel 1879 il consumo annuo di carne per individuo fosse:
- al Nord di kg 17,9
- al Centro di kg 17,3
- al Sud di kg 6,4
- in Sicilia di kg 5
- in Sardegna di kg 12,2
Lo stesso enorme dislivello veniva riscontrato nel consumo delle uova e anche in quello dei cereali, oltre che dello zucchero e del caffè, simboli di un maggiore benessere: al Sud si consumava un po’ più di frumento e in misura più o meno uguale legumi freschi e secchi.
La popolazione del Sud era essenzialmente vegetariana, mentre quella del Nord era principalmente carnivora.