Una perdita di peso eccessiva e improvvisa può essere un sintomo di problemi di salute anche di particolare gravità. È importante non sottovalutare questo segnale e consultare un medico per una diagnosi accurata.
Possibili Cause di Perdita di Peso
Diverse condizioni possono portare a una perdita di peso non intenzionale. Ecco alcune delle cause più comuni:
- Problemi di salute mentale: La perdita di peso può essere un sintomo di problemi di salute mentale come la depressione o l'ansia.
- Affaticamento persistente: Se la perdita di peso è accompagnata da un senso persistente di affaticamento, potrebbe essere un segnale di problemi come l'insufficienza renale, l'insufficienza cardiaca o la malattia di Lyme.
- Disfunzioni della ghiandola tiroidea o delle ghiandole surrenali: Le disfunzioni della ghiandola tiroidea o delle ghiandole surrenali possono portare a una rapida perdita di peso.
- Ipertiroidismo: Un'eccessiva attività della tiroide, nota come ipertiroidismo, può accelerare il metabolismo e causare una rapida perdita di peso.
- Eccessiva produzione di cortisolo: Una produzione eccessiva di cortisolo, spesso associata a condizioni come la sindrome di Cushing, può causare una redistribuzione del grasso corporeo e una perdita di massa muscolare, con conseguente perdita di peso.
- Tumore: La perdita di peso, soprattutto in un paziente sopra i 60 anni, può associarsi alla presenza di una neoplasia.
Il Ruolo della Tiroide
La tiroide gioca un ruolo cruciale nel metabolismo e nel controllo del peso. Un'ecografia tiroidea può rivelare anomalie strutturali, come una morfovolumetria verso i limiti superiori della norma o un'ecostruttura disomogenea.
Tuttavia, è importante notare che:
- Esami ematochimici nella norma tra cui indici di flogosi nella norma e funzionalità tiroidea normale (TSH 3.010. FT3, FT4 normali).
- Non significative linfoadenomegalie in sede laterocervicale e sottomandibolare, bilateralmente. La trachea è in asse.
Malnutrizione e Malattie Renali Croniche
La malnutrizione è un’importante problematica nei pazienti con malattia renale cronica. Può insorgere già dai primi stadi, peggiorare con il progredire della malattia e influire sull’efficienza della metodica dialitica. Sin dagli stadi iniziali di CKD si verifica in una percentuale elevata di pazienti (35-70%) un inadeguato apporto di nutrienti causato da una progressiva perdita di appetito [1].
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Gli esperti della Società Internazionale di Nutrizione Renale e Metabolismo (ISRNM) hanno introdotto già nel 2008 il termine ‘Protein-Energy Wasting’ (PEW) per descrivere uno “stato di diminuzione delle riserve corporee di proteine e combustibili energetici (proteine corporee e masse grasse)” [5].
Utilizzando i programmi di modellizzazione cinetica, è possibile stimare nel paziente in dialisi l’intake proteico catabolico attraverso il protein equivalent of nitrogen appareance (PNA), anche chiamato Protein Catabolic Rate (PCR).
L’adeguatezza dialitica dipende da diversi fattori, alcuni dei quali non modificabili, come i parametri antropometrici del paziente, le caratteristiche della membrana peritoneale o la velocità di diffusione, oltre ad altri modificabili.
Il peso corporeo del paziente ha una forte rilevanza nella determinazione del Kt/V. Ne risulta che il Kt/V è spesso più alto in pazienti malnutriti (per effetto della riduzione del volume di distribuzione) ed è più basso nei pazienti obesi.
Tabella: Caratteristiche dei Gruppi di Pazienti con Inadeguatezza Dialitica
| Caratteristica | Gruppo con Inadeguatezza Dialitica (Kt/V < 1.7) | Gruppo di Controllo (Kt/V > 1.7) |
|---|---|---|
| Età | 63.3 ± 14.1 anni | 57.9 ± 14.1 anni |
| Circonferenza Addominale | 102.5 ± 17.2 cm | 92.9 ± 15.2 cm |
| Diuresi | 1000 ml [725-1425] | 1500 ml [650-1700] |
| Pressione Arteriosa Sistolica | 133 ± 18 | Non specificato |
Disfagia e Consistenze Modificate (NDD)
La disfagia, intesa come difficoltà a gestire gli atti deglutitori di sostanze liquide, semiliquide, semisolide, solide, comporta gravi conseguenze sulla salute del soggetto sia in termini di qualità che quantità della vita. La scelta di proporre consistenze modificate a seguito di una corretta valutazione clinico-funzionale deve rispettare insieme criteri di sicurezza, efficacia nutrizionale e di palatabilità, onde evitare il rifiuto del cibo e insieme essere una scelta modulabile in funzione dell’evoluzione clinica del soggetto.
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La disfagia può causare ridotti introiti nutrizionali, perdita di peso, malnutrizione e disidratazione. Sono ben noti la tosse e l’aspirazione durante il momento alimentare o l’abbeveramento.
Il controllo periodico dello stato nutrizionale permette di prevenire e/o minimizzare l’instaurarsi della malnutrizione che, come è ormai ampiamente riconosciuto, rappresenta un fattore prognostico negativo (5). I soggetti malnutriti presentano una maggiore mortalità, una più elevata incidenza di complicanze, degenze prolungate ed una peggior qualità di vita.
Dal momento che tutti i pazienti disfagici sono a rischio malnutrizione, occorre che uno screening dello stato nutrizionale sia inserito nei protocolli di valutazione clinica durante le prime valutazioni funzionali della deglutizione (6). La valutazione dello stato nutrizionale può basarsi su un livello iniziale di screening a cui seguono, quando indicato, approfondimenti valutativi specialistici.
L’obiettivo è di diagnosticare precocemente le alterazioni nutrizionali e quindi prevenire il progredire della malnutrizione verso livelli di maggiore gravità. La valutazione dello stato di nutrizione è preliminare ad ogni tipo di impostazione di intervento nutrizionale.
La nutrizione per via orale, quando possibile e sicura, rappresenta sempre la prima scelta. Tale via di nutrizione per il paziente disfagico da una parte rappresenta un fattore positivo (importante aspetto della cura di sé, considerevole impatto sulla propria autostima e sulla considerazione del proprio stato di malattia), dall’altra può rappresentare una fonte d’ansia (paura di soffocare, paura di far rilevare la propria anomalia mangiando in pubblico). Questi fattori vanno tenuti presenti nel momento in cui si prende in carico il paziente, aiutandolo per quanto possibile ad imparare a convivere con le difficoltà deglutitorie.
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La gestione dietetica per os del paziente disfagico deve garantire il mantenimento di una nutrizione adeguata ai fabbisogni energetici, proteici, idrici, di sali minerali e di vitamine in situazione di sicurezza cioè prevenendo il passaggio di alimenti solidi e/o liquidi nelle vie aeree.
Il paziente affetto da disfagia tende a ridurre la sua alimentazione in maniera graduale in seguito al progressivo aggravarsi delle condizioni funzionali e ai disagi soggettivi conseguenti alla necessità di alimentarsi con cibi a consistenza modificata e/o all’incremento del tempo e della fatica necessari per consumare il pasto.
Ecco che la terapia dietetica del paziente affetto da disfagia, nel tentativo di prevenire la malnutrizione e la disidratazione può diventarne essa stessa la causa.
Come noto, qualora la sola alimentazione orale a consistenza modificata non sia sufficiente a coprire i fabbisogni energetici-proteici del paziente si può associare l’uso di integratori alimentari (che devono rispettare le stesse scelte di consistenza modificata emerse dalla valutazione clinico-funzionale) o la nutrizione artificiale.
Per il paziente disfagico quindi diventa cruciale l’indicazione a cibi a consistenza modificata e a liquidi addensati con l’obiettivo di rendere più efficace e sicuro l’atto deglutitorio.
La scelta della corretta consistenza da proporre al paziente disfagico deve considerare anche dei possibili rischi: ad esempio è stato riportato come il liquido addensato possa ridurre il rischio di penetrazione-aspirazione ma possa anche aumentare un rischio di residuo post-degutitorio in faringe (11).
Nonostante la modifica delle consistenze sia una delle tecniche compensative più comuni e indicate, la definizione stessa di cibi a consistenza modificata è differente nei diversi Paesi del mondo (12). Ne consegue che la scelta della corretta consistenza debba essere definita su parametri omogenei e la classificazione delle consistenze stesse debba essere validata, condivisa e tradotta nelle varie lingue in modo univoco.
Insieme all’efficacia e alla sicurezza è necessario che i cibi a consistenza modificata mantengano adeguate proprietà nutrizionali e anche una buona appetibilità.
Citando gli aspetti storici che si sono susseguiti nell’ultimo trentennio in riferimento al cambio delle consistenze, è opportuno osservare come il tentativo perpetuato sia stato quello di trovare nel cambio della texture il miglioramento dello stato di salute della persona. Il razionale che nasce dal modificare le consistenze è basato su un criterio di facilitazione della preparazione orale e del transito in fase faringea del bolo.
L’integrazione del lavoro tra medico specialista esperto in deglutizione e logopedista (responsabili delle indicazioni sulle caratteristiche reologiche dei cibi da assumere) e nutrizionista e dietista (responsabili del bilancio e del fabbisogno nutrizionale e idrico) sancisce i criteri dietetici di consistenza distinguendo da un punto di vista fisico liquidi senza scorie, con scorie, semi-liquidi, semi-solidi, solidi.
Questa suddivisione è stata centro di riflessioni e ricerche di chiarimenti nonché di una comune terminologia ricercata a livello nazionale (Commissione Nazionale del Gruppo Italiano Studio Disfagia -GISD) e internazionale.
La terminologia standardizzata ha seguito due ragioni fondamentali: 1. La maggior sicurezza del paziente e 2. Le classificazioni, riportate a seguito, sono il tentativo di instaurare un linguaggio comune dove le caratteristiche riguardanti sia il mondo dell’alimento semi-solido che di quello liquido hanno cercato definizioni che li rendessero riproducibili, condivisibili e ripetibili.
La ricerca dell’ultimo ventennio, arricchitasi di collaborazioni tra il mondo medico e ingegneristico ha cercato misurazioni obiettive delle consistenze arricchendo la discussione senza giungere, per il momento, ad un linguaggio condiviso. L’osservazione basata sulla velocità di caduta dell’alimento dal cucchiaio (liquido: caduta immediata, semi-liquido: caduta rallentata, semi-solido: caduta lentissima o nulla) ha ceduto il passo al test di flusso (I15).
L’International Dysphagia Diet Standardisation Initiative (IDDSI) è stata fondata nel 2013 da un gruppo di volontari internazionali di differente estrazione professionale. IDDSI è un organo indipendente no-profit. Il fine ultimo dell’iniziativa è perseguire un sistema innovativo e pratico orientato alla sicurezza del paziente, basato sull’evidenza clinica e il parere degli esperti.
L’obiettivo dell’iniziativa è la standardizzazione dei cibi a consistenza modificata e dei liquidi addensati a livello internazionale.
Tra gli obiettivi principali, l’iniziativa si è posta come obiettivo lo sviluppo di metodi di misurazione per determinare il livello delle consistenze di facile utilizzo, economici e facilmente accessibili allargando il target di utilizzo.
La grande prevalenza del disturbo disfagico nell’età adulta, coerente con l’aumento dell’età e della sopravvivenza in contesti di comorbilità complesse, quali quadri involutivi senili, disturbi neurocognitivi, patologie neurologiche in fase acuta e stabilizzata, patologie neurodegenerative, patologie oncologiche con i possibili esiti chirurgici e postattinici e altri quadri ancora di disturbi disfunzionali rendono necessaria la conoscenza dei rimedi e delle azioni possibili attraverso la scelta di alimenti a consistenza modificata.
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