La giovinezza porta con sé un'intrinseca dose di entusiasmo, di leggerezza e di spregiudicatezza. In questo senso, Fausto Brizzi è un giovane: regista e sceneggiatore di commedie che vogliono orgogliosamente parlare al grande pubblico, in primis per un piacere di condivisione di sogni e nostalgie.
Dopo essersi divertito a raccontare con grande autoironia la sottomissione alla moglie vegana Claudia Zanella (anche lei attrice) in un libro pubblicato da Einaudi, ora Brizzi torna nei cinema con Forever Young. Il libro Ho sposato una vegana è un racconto divertente e affettuoso su una delle ossessioni della borghesia moderna: il cibo sano e morale.
Sposare una vegana ha conseguenze imprevedibili. Puoi ritrovarti a brucare l'erba da un vaso sul terrazzo, e sentirti in colpa per tutte le telline mangiate nella tua "crudele" vita precedente. Seguire questa dieta, scopri inoltre, comporta un grande dispendio di energie e - chissà perché? - di denaro.
Roba da diventare nervosi per davvero, ancor piú quando, dopo mesi di torture, con sorpresa e quasi fastidio, sei costretto ad ammettere che i tuoi esami medici sono, per la prima volta, perfetti. A ogni modo, la storia di Fausto e Claudia ha un lieto fine, nel senso che Claudia vince (stravince, sarebbe piú corretto dire) e Fausto si arrende (senza nemmeno l'onore delle armi). Le cose vanno bene.
Solo che, proprio sui titoli di coda, spunta una complicazione: l'imminente arrivo di una figlia. Avrà cuore, Fausto, di farne un'erbivora fin dalla nascita?
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Brizzi, con la sua Wildside, ha sostenuto progetti spesso coraggiosi come Hungry Hearts o la serie 1992, solo apparentemente estranei al suo immaginario.
«Eh sì, è un aspetto che conosco bene. “Ho sposato una vegana” non è solo il titolo del romanzo che ho scritto, è la mia realtà. È la mia reale condizione: in questo film Claudia (Zanella, ndr) interpreta una vegana, una salutista, insomma fa quasi se stessa in maniera autoironica. Anche suo padre, Teo Teocoli, è un super-salutista, e insieme combattono contro Stefano Fresi, che ha la metà degli anni di Teo e il doppio dei suoi chili…».
Fausto Brizzi è regista, scrittore, sceneggiatore e produttore cinematografico italiano. Romano di nascita, si diploma nel 1994 al Centro Sperimentale di Cinematografia. Inizia a lavorare giovanissimo a diversi cortometraggi, e in breve diviene un regista di successo.
Numerosi i suoi film: citiamo almeno Notte prima degli esami, Maschi contro femmine e Indovina chi viene a Natale?. Come produttore, ha finanziato La solitudine dei numeri primi e La mafia uccide solo d'estate, tra gli altri. Fausto Brizzi è anche scrittore: tra i suoi libri ricordiamo Manuale degli ex (Mondadori, 2009), Maschi contro femmine.
Dopo il grande successo di Ho sposato una vegana, le nuove, irresistibili avventure della famiglia Brizzi. È proprio vero che quando ti nasce un figlio non sai mai chi ti metti in casa. Poco più di un anno fa è arrivata Penelope Nina. Se prima eravamo in due è il racconto di come è andato l'inizio della nostra conoscenza e di come, piano piano, mi sono innamorato di lei.
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Questo nonostante occupi la stanza migliore, urli di notte, se la faccia addosso di continuo e non paghi l'affitto. Tutte cose che non perdonerei nemmeno a Scarlett Johansson il che la dice lunga. La realtà è che ormai sono suo schiavo. Aggiungete che ho una moglie vegana, salutista e vagamente dittatoriale, e la tragedia familiare è servita.
Vi ricordate quando da bambini ci si trovava a giocare in due contro uno? Tante inutili rincorse e alla fine era sempre la coppia a stravincere. Due contro uno è scorretto. Se poi ad allearsi sono una mamma e un neonato, e a rimanere da solo è il papà, allora dovrebbe essere addirittura illegale. È proprio vero che quando ti nasce un figlio non sai mai chi ti metti in casa.
Si nasce e si muore. Strada facendo, in questa stravagante commedia senza repliche intitolata banalmente vita, ciucciamo biberon, dondoliamo altalene, impariamo alfabeti, ci innamoriamo di maestre, scartiamo regali di compleanno, prendiamo note sul registro, pomiciamo nei cinema, gustiamo cornetti all'alba, esploriamo in treno l'Europa, paghiamo affitti di monolocali, acquistiamo test di gravidanza, facciamo promesse che non manterremo, ammacchiamo station-wagon, infiliamo occhiali da presbite, dividiamo case con signore sconosciute che badano a noi e, a pochi passi dal finale, dimentichiamo quasi tutto quello che è accaduto.
Anche i ricordi più spaventosi si addolciscono con il miele della nostalgia. Ma il cuore della questione è molto semplice, prima si nasce, poi si muore. Il resto è soltanto un condimento appetitoso, diverso per ognuno, un sugo speciale, cucinato apposta per intrattenerci e distrarci nel soffio di polvere magica che divide l'apertura dalla chiusura del sipario. Che tu sia un pappagallo cocorito, un orsetto lavatore o Donald Trump - tre animali che peraltro si assomigliano moltissimo - nascerai e, prima o poi, morirai.
Il protagonista di Cento giorni di felicità, scritto dal regista Fausto Brizzi, è Lucio Battistini. La sua è una vita come tante: ha un lavoro, allena due pomeriggi a settimana una squadra di pallanuoto senza particolari ambizioni, è sposato con Paola e ha due figli. Dopo aver tradito la moglie viene ospitato nel retro-bottega del suocero, pasticciere famoso nella Capitale per le sue ciambelle.
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Lucio è determinato a riconquistare la moglie e farsi perdonare il tradimento, quando all’improvviso scopre di avere un cancro ormai propagatosi con estrema velocità e che gli restano solo tre mesi circa da vivere. "Cento giorni per lasciare un bel ricordo a propri figli, giocare con gli amici, scoprire che la vita è buffa... Lucio parte per un viaggio on the road con la famiglia, durante il quale cerca di assecondare i desideri dei figli e insegnare loro i valori della vita e a superare le proprie paure.
Fino alla fine non si arrende alla malattia e tenta in ogni modo di riconquistare l’amore di Paola, fino a quando giunge al termine del suo viaggio. La trama, anche se non eccelle in originalità, è pur sempre coinvolgente. Le mie aspettative erano alte, ma alla fine ho completato la lettura con una percezione di non riuscito appagamento.
E’ venuta un po’ a mancare la cura dei dettagli, dei particolari, che non sono stati sviscerati appieno, ma sono rimasti sospesi nell’aria. Al di là di alcuni stralci convincenti, talvolta anche commoventi, la storia resta piatta, semplice, sintetica.